Vita Trentina – 15.11.2020
I meranesi, lo scorso 4 ottobre, hanno rieletto il sindaco uscente Paul Rösch, portato al ballottaggio da una coalizione che poteva contare su 10 consiglieri (Verdi, Team K e Sinistra ecosociale) più i due del Partito democratico, che aveva dato il suo appoggio esterno. Lo sfidante, Dario Dal Medico, espressione di due liste civiche di centro e centro destra, aveva perso per soli 37 voti.
Dal momento che la legge elettorale non prevede premi di maggioranza, la coalizione di governo deve scaturire da trattative post-voto. Per raggiungere la maggioranza di almeno 19 seggi (su 36 consiglieri) era dunque necessario ottenere nuovi alleati. Partner quasi naturale sarebbe stata la Volkspartei che con i suoi 8 consiglieri sarebbe bastata allo scopo. Tuttavia il partito di raccolta ha negato il suo appoggio. Non essendo stati nelle segrete stanze è difficile capire i motivi per i quali alla fine ogni opzione è sfumata e il Comune è stato affidato alla commissaria Maria Bruzzese.
Nel mese di trattative sono state messe sul tavolo diverse ipotesi. La prima, da parte del sindaco eletto, quella di una grande coalizione comprendente i partiti vincitori, le due liste civiche e la Svp. Ma fin dall’inizio i possibili partner hanno imposto un veto sulla collaborazione con i partiti di sinistra alleati di Rösch. È ovvio che il sindaco non potesse buttare a mare come se niente fosse le forze politiche che lo avevano sostenuto. Sono state formulate anche altre opzioni. La Svp ha poi proposto di portare il numero degli assessori da 7 a 8, forzando così la composizione etnica della giunta. Ma ciò cozza con la legge sull’ordinamento degli enti locali, secondo la quale “nei comuni della provincia di Bolzano il numero dei posti spettanti a ciascun gruppo linguistico nella giunta viene determinato” sulla base della “consistenza dei gruppi linguistici presenti in consiglio comunale”. Nel caso di Merano, essendoci una leggera prevalenza di consiglieri di lingua italiana, il rapporto in giunta deve essere di 4 a 3. È una norma a tutela delle minoranze linguistiche. Che proprio la Svp non ne tenga conto è quanto meno strano. Avrebbe comunque portato a ricorsi.

Se il comportamento della Volkspartei è alquanto oscuro, più comprensibile è quello delle due liste civiche che per pochi voti hanno perso le elezioni. È normale che chi esce sconfitto dal ballottaggio cerchi poi di ostacolare l’avversario. Ma l’idea espressa più volte nel mese passato che per rispettare la “volontà del popolo” in una giunta debbano essere presenti sia vincitori che vinti in proporzione ai loro eletti è abbastanza bizzarra. È come se Trump pretendesse di essere presente al 49 per cento nell’amministrazione Biden. Altrimenti il governo non sarebbe “rappresentativo” di tutti gli americani. In una democrazia normale governa chi ha vinto le elezioni. Gli altri partecipano sì, ma dai banchi dell’opposizione. Tutti insieme concorrono alla realizzazione del bene comune (e non di interessi di parte).
La vicenda di Merano fa vedere anche come la “questione etnica” sia ancora il fumo al riparo del quale lavorano le lobby e si costruisce il sistema di potere altoatesino (al quale uno come l’ormai ex sindaco Rösch non è sufficientemente organico). Ora partirà una campagna elettorale durante la quale – tornando indietro di decenni – gli uni sventoleranno la bandiera del “sindaco italiano”, gli altri del “sindaco tedesco”. Ma oggi la vera questione etnica non è più tedeschi-italiani, quanto piuttosto etnico-interetnico. L’approccio interetnico, già da decenni, non solo in politica, è vissuto come un’anomalia da normalizzare perché mina alla sua radice il sistema di divisione etnica sul quale si erige a sua volta il sistema di spartizione del potere, sia a livello comunale che provinciale.
La Merano del 2020 non ha bisogno di un sindaco “italiano” o “tedesco”, ma di un primo cittadino capace di leggere e sviluppare l’anima di una piccola città europea.