Formare insieme la propria coscienza

Il Segno – 8.10.2020

Senza nulla togliere al suo importante percorso di fede, Josef Mayr-Nusser (di cui si è celebrata la memoria il 3 ottobre) non è in primo luogo testimone di una fede religiosa. È piuttosto un testimone del primato della coscienza. Certo, una coscienza che sia veramente tale, crede nella verità e la cerca. Giudica le scelte in base alla verità in cui crede.

Alla moglie Hildegard, pochi giorni prima del suo “no” a Hitler, chiede che preghi “affinché nell’ora della prova io agisca senza timori o esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza” (Lettera da Konitz, 27.9.1944). Una volta compiutolo, ha ben chiaro che si tratta, scrive, di un “passo impostomi dalla mia coscienza” (Lettera da Konitz, 12.11.1944).

Coscienza è la capacità di distinguere il bene dal male. Il bene dall’assenza di bene. È un percorso che nella comunità cristiana si fa insieme, mettendo al centro la Parola di Dio e confrontandosi con essa a livello comunitario.

C’è un aspetto che rende la storia di Josef Mayr-Nusser particolarmente attuale. Mayr-Nusser vive in un tempo in cui i totalitarismi – in particolare fascismo e nazionalsocialismo – detengono il monopolio dell’informazione e della cultura.

Malgrado questa situazione, la sua esperienza ci dimostra che anche in simili circostanze il singolo, se lo vuole, ha modo di darsi una formazione adeguata. Le persone, se lo vogliono, possono guardare alla realtà con occhio critico. Possono farlo non sulla base di facili slogan o di pregiudizi ideologici, ma studiando, confrontandosi con altri, acquisendo competenze.

Non si nasce consapevoli di tutto. Lo si diventa spendendo il proprio tempo nella lettura, nel dialogo, nei percorsi di formazione. Bisogna però volerlo fare.

Mayr-Nusser profitta della sua appartenenza all’Azione cattolica per acquisire quelle informazioni che si rivelano necessarie a dare un giudizio sulle ideologie del momento. Quelle che esaltano oltre ogni misura il ruolo del “capo” (il Duce, il Führer), che idolatrano la nazione, il sangue, le appartenenze etniche, che dividono gli uomini in razze, in “noi e loro”.

Nei circoli di Azione cattolica si studiano, per confutarne le conclusioni, il Mein Kampf di Hitler e il Mito del XX secolo di Rosenberg. Si vuole vedere se questi scritti siano compatibili col Vangelo oppure no.

Questa conoscenza, che Josef si dà, diventa “coscienza” e perciò non resta senza effetti pratici. Nel momento della scelta egli sa benissimo qual è la posta in gioco e agisce di conseguenza.

È questo lungo e paziente lavoro di autoeducazione preliminare che lo porta a dire, nel 1944, pensando a Ernst Haller che i nazisti avrebbero voluto obbligare a rinnegare ciò in cui credeva: “Non ho dubitato un attimo su come mi comporterei in una simile situazione”. Lo scrive in una lettera alla moglie Hildegard.

Nusser non dubita, in questa circostanza: non per cieco fanatismo, ma perché ha saputo darsi gli strumenti per vedere ciò che altri non vedono o non vogliono vedere.

Molti, dopo la caduta dei regimi nazifascisti, si sono giustificati dicendo: non sapevamo. La vita di Pepi Nusser dimostra invece che chi vuole davvero essere al corrente delle cose, in ogni epoca storica, è in grado di farlo. A volte costa fatica, ma è possibile.

Spesso siamo noi stessi responsabili della nostra non conoscenza, soprattutto di fronte a regimi o a comportamenti politico-partitici che si fondano sull’ignoranza delle persone, che coltivano subdolamente, e sulla propaganda. Ieri come oggi.

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