La frattura nella Caritas

Corriere dell’Alto Adige – Don Paolo Renner[1], 18.10.2020

È sintomatico che i venti inquieti che stanno agitando la Caritas diocesana siano stati riportati in primis dai media di lingua tedesca e solo in seconda battuta da quelli italiani.

Anni fa mi ero attirato critiche da parte di alcuni dei responsabili, per aver sostenuto che tale organizzazione ecclesiale dovesse perseguire piuttosto fini pastorali assistenziali o economici. Era un periodo dell’era Schweighofer, in cui la Caritas aveva causato malumori, sia in punto di merito che di metodo. Aveva infatti partecipato a numerosi concorsi pubblici per gestire iniziative (come servizio mense e consegna pasti a domicilio) che venivano già svolte da altre ditte e cooperative e che forse non rientravano nelle priorità del suo mandato. Anche sulle procedure venivano sollevate obiezioni, in quanto non tutto il personale di tali precedenti gestioni veniva riassunto e alcuni responsabili ricevevano solide buonuscite per lasciare i loro posti.

Già allora si erano evidenziate le due anime che percorrono l’organizzazione in questione ma — in fondo — anche l’intera Diocesi di Bolzano-Bressanone. La visione tedesca è fatta più di programmazione, prestazioni, bilanci, ef­ficienza operativa, strutture, collaboratori stipendiati. Tant’è che il precedente condirettore Heiner Schweighofer è poi passato in forza all’Ipes. L’approccio italiano parla piuttosto di promozione del volontariato, di idealità gratuita, di educazione alla carità che coinvolga le comunità cristiane in progetti solidali, di accoglienza e fratellanza, cioè di valori primariamente morali e spirituali piuttosto che materiali.

Tale prospettiva è quella che da sempre anima l’operato di Paolo Valente, dapprima come attivista nello scoutismo, poi come coordinatore del Gruppo di cooperazione internazionale «Il Pozzo di Giacobbe», come direttore del mensile diocesano Il Segno, quale membro del Sinodo diocesano e infine da responsabile della Caritas diocesana.

La nomina di un italiano in un posto così prestigioso — 320 dipendenti e 22 milioni da gestire in tanti progetti — non è andata giù a diversi esponenti del mondo di matrice tirolese. Ed allora ben presto sono cominciate le critiche alla gestione Valente, accusato di atteggiamenti dirigisti se non di nepotismo. Personalmente lo conosco da decenni come una persona che — pur parca di parole — sa ascoltare gli argomenti altrui e ragiona bene prima di prendere le decisioni. Non è un manager e non persegue di sicuro fini personali, ma possiede uno spirito di servizio e di giustizia, come dimostrano anche le sue pubblicazioni o anche l’ammirazione per una figura come il martire Josef Mayr-Nusser, che da anni si impegna a far conoscere.

Che parte delle accuse siano state mosse in via anonima, bypassando l’interessato e muovendo sindacati e vescovo, rivela uno stile di mancato confronto aperto. La questione non è mai stata trattata al Consiglio pastorale diocesano e manifesta — a mio parere — l’emergere di quelle tensioni tra la visione italiana e tedesca dell’essere chiesa che non sono mai state af­frontate ed accettate in maniera seria e radicale sia a livello di pastorale che di liturgia e di scelte di persone cui af­fidare incarichi di rilievo. Non è superfluo allora ricordare che per il Concilio Vaticano II, il compito della Chiesa e di tutti i suoi organismi consiste nell’annunciare il Vangelo e «risanare ed elevare la dignità della persona» (Gaudium et Spes 40).


[1] Tra tante altre cose già Decano e Professore di Teologia fondamentale presso lo Studio Teologico Accademico di Bressanone.

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