Vita Trentina – 16.8.2020
Il racconto è legato alla costruzione della diga di Monguelfo, in val Pusteria. La voce narrante è quella di don Giorgio Cristofolini (1922-1993), il prete delle dighe, delle gallerie e delle miniere. Don Giorgio, originario di Vigo Cavedine, era stato consacrato sacerdote nell’immediato dopoguerra. Passò alcuni anni a Predazzo, come cappellano. Fu lì che conobbe il mondo dei cantieri idroelettrici. Nel 1950 fu trasferito a Bolzano con l’incarico di assistente delle Acli. Da allora fino al 1965 (quando divenne il primo direttore del settimanale diocesano Il Segno) divise il suo tempo tra le Acli e gli operai, assieme a don Italo Tonidandel, recentemente scomparso.
L’episodio qui narrato va collocato attorno al 1960 e è dedicato alla figura del vescovo di Bressanone Joseph Gargitter (che di lì a poco sarebbe stato nominato amministratore apostolico di Trento e poi vescovo di Bolzano-Bressanone).
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A Brunico c’era un impianto idroelettrico molto vasto. Si estendeva dalla periferia della città, dove si stava realizzando in caverna la centrale elettrica, fino quasi a Monguelfo, dove stava sorgendo la diga, per concentrarsi nella zona di Valdaora dove si lavorava nelle gallerie di scorrimento delle acque e ad altre opere accessorie.
C’erano diversi cantieri. Io riuscivo a raggiungerne tre ogni domenica, secondo un calendario concordato con don Italo Tonidandel, il sacerdote che mi aiutava.

Durante l’estate in quei tempi il vescovo di Bressanone Joseph Gargitter passava qualche settimana di ferie nel castello di Brunico, di proprietà della diocesi.
La domenica, nel tardo pomeriggio, finito il mio lavoro nei cantieri, passavo a salutare il vescovo. Lasciavo la macchina ai piedi della collina e poi salivo a piedi. Non era una salita faticosa. Approfittavo degli incontri a Brunico per riferire al vescovo delle mie difficoltà, della situazione che incontravo, degli obiettivi che mi proponevo.
Una domenica mons. Gargitter mi interrompe per farmi più o meno questo discorso: “Io sono il vescovo anche di questi operai che, per quanto provvisoriamente, vivono e lavorano nella mia diocesi. Mi sembra giusto che io li conosca e che loro conoscano me. Domenica prossima farò io il cappellano dei cantieri. Celebrerò tre messe nei cantieri che lei mi indicherà.”
Io, entusiasta, ringrazio il vescovo di tutto cuore.
Durante la settimana, scelti i tre cantieri più numerosi avverto le imprese e la proprietà dell’impianto, la Montecatini.
È una giornata memorabile. Nei cantieri prescelti – ma erano arrivati anche operai di altri cantieri – c’è impresso ovunque il segno della festa. Gli operai stessi sono vestiti come nelle grandi occasioni. Da Bolzano e da Milano si sono mossi i massimi dirigenti della società.
Nei punti stabiliti gli operai, lavorando durante la notte, hanno eretto degli altari meravigliosi. Alla messa sono tutti presenti. Sono messe molto particolari. Perché‚ non è da tutti i giorni assistere a una messa celebrata dal vescovo con mitra e pastorale all’avanzamento di una galleria o sulla spianata di un cantiere. Gli inservienti sono gli operai stessi. Due di loro, con l’elmetto in testa, sostengono durante la messa la mitra e il pastorale con l’orgoglio di fare una cosa che a tutti non era possibile.
Il vescovo parla loro con molto cuore, parla delle famiglie lontane, di coloro che avevano lasciato la vita sul lavoro e conclude con l’augurio che la protezione di Dio li salvaguardi da ogni pericolo.
È gente dura, ma più di un volto è segnato dalla commozione. Finita la messa il vescovo si intrattiene affabilmente con tutti, stringendo mani, informandosi del luogo di provenienza, salutando ognuno.
Viene l’ora del pranzo. La società aveva sgombrato una baracca dormitorio per allestire la mensa per le autorità, essendo la solita baracca mensa insufficiente a contenere operai e autorità.
Il vescovo, che non sa della duplice sistemazione, si trova circondato dai pezzi grossi della Montecatini, avviati verso la mensa delle autorità. Non avevo fatto in tempo a spiegare al vescovo che gli operai avrebbero mangiato in un’altra baracca. Ma il vescovo si accorge che non lo seguo.
“E lei non viene?” mi chiede mons. Gargitter.
“No, perché gli operai mangiano in quell’altra baracca”.
“Mi scusino – dice il vescovo ai pezzi grossi che lo accompagnano – ma sono venuto per gli operai. Vado anch’io con loro”.
Si stacca dal gruppo dei “grandi” e si avvia con me verso la baracca degli operai che sono ormai tutti a tavola. Se la baracca non crolla per il fragore degli applausi è solo perché è stata realizzata da carpentieri che conoscono il loro mestiere.
Trovano subito un posto per il vescovo e per me. È per tutti un’ora molto serena. Ad un certo punto il vescovo fa un cenno al suo autista che comprende subito. Esce dalla baracca, va all’automobile e torna con una borsa enorme. Il vescovo si alza e consegna ad ogni operaio un pacchetto di sigarette. Gli uomini colgono subito il significato di quel gesto che vuol essere di fraterna amicizia.
Qualcuno non ha osato nemmeno fumare quelle sigarette, per non sprecare un dono molto caro. Parecchi anni dopo, mi reco in un grosso paese vicino a Belluno in visita ad un amico. Nel soggiorno vedo un quadro piuttosto originale. Incorniciato in un arabesco di trafori, c’è un pacchetto di sigarette con sotto la scritta: “Dono del vescovo di Bressanone”.