Vita Trentina – 12.7.2020
Ricorrono in questi giorni i venticinque anni dalla scomparsa di Alexander Langer, figura scomoda come tutti i profeti. Soprattutto un uomo capace di dare contenuti e dignità alla politica intesa come ricerca e attuazione del bene comune.
Tra gli scritti dei suoi ultimi anni spicca il “tentativo di un decalogo” della buona convivenza tra gruppi linguistici, una sfida a cui Langer aveva dedicato tutta l’esistenza. Leggere oggi questo testo fa capire la caratura profetica del personaggio, dell’amico.
“La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione; l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza”. Nell’epoca dei risorgenti sovranismi e nazionalismi questo primo punto non richiede molti commenti. La multiculturalità, però, non è facile né scontata. “La diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio”. Perciò per “costruire la compresenza tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare una complessa arte della convivenza”. E “non servono prediche contro razzismo, intolleranza e xenofobia, ma esperienze e progetti positivi ed una cultura della convivenza”.
Secondo punto: “Identità e convivenza: mai l’una senza l’altra; né inclusione né esclusione forzata”. Di fronte alla strumentalizzazione dell’identità, Langer afferma che “bisogna consentire una più vasta gamma di scelte individuali e collettive, accettando ed offrendo momenti di ‘intimità’ etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica”.

“Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo”. È il terzo input langheriano in risposta alla cultura, in voga nel secolo scorso, del “più ci divideremo, meglio ci capiremo”. “Libri comuni di storia, celebrazioni comuni di eventi pubblici, forse anche momenti di preghiera o di meditazione comune possono aiutare molto ad evitare il rischio che visioni etnocentriche si consolidino sino a diventare ovvie e scontate”. Tutte cose che, grazie a Dio, nell’Alto Adige di venticinque anni dopo sono in parte realtà.
Nel quarto punto Langer sostiene che “ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l’organizzazione etnica della comunità, delle differenti comunità: purché sia scelta liberamente, e non diventi a sua volta integralista e totalitaria”. “Ma è evidente che se si vuole favorire la convivenza più che l’(auto-) isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico”.
Ciò significa anche (punto 5) “definire e delimitare nel modo meno rigido possibile l’appartenenza, non escludere appartenenze e interferenze plurime”. “Deve essere possibile una lealtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di ‘famiglie miste’, le persone di formazione più pluralista e cosmopolita”.
Alex Langer insegnava ancora che “la compresenza di etnie, lingue, culture, religioni e tradizioni diverse sullo stesso territorio, nella stessa città, deve essere riconosciuta e resa visibile”, in modo che ognuno possa sentirsi a casa. E sottolineava l’importanza di quadri normativi che garantiscano sia l’identità, la convivenza, la pari dignità, il rispetto dei diritti con l’obiettivo non di rafforzare comportamenti etnocentrici ma di “sviluppare una coscienza territoriale (e di ‘Heimat’) comune”.
L’ottavo punto del decalogo sottolinea “l’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Occorrono, dice Langer, “traditori della compattezza etnica”, che però non siano “transfughi”, cioè autori di scelte di comodo. Invece ciò che serve, soprattutto in tempi di conflitto, sono “le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità”, in questo senso “veri e propri traditori della compattezza etnica”.
Con gli ultimi due punti Langer invita a bandire in ogni caso ogni violenza e a dar vita a gruppi interetnici: sono le “piante pioniere della cultura della convivenza”.