Il Segno – 3.6.2020
È stata una delle prime conferenze stampa “in presenza” dopo la lunga parentesi rappresentata dalla fase acuta della crisi sanitaria. Anche questo un segnale per dire che, pur nel rispetto delle distanze di sicurezza, la vita è continuata e continua anche e soprattutto al di fuori delle piattaforme digitali. E così nell’anno dei rinvii, degli annullamenti e dei “non si può”, la Caritas ha chiamato a raccolta i giornalisti che sono stati ben contenti di convenire sui prati adiacenti alla sede di Bolzano.
Si trattava di presentare la relazione annuale riferita al 2019, ma fatalmente il discorso è caduto sui mesi del coronavirus che nel frattempo hanno cambiato ogni scenario. È vero però che se la Caritas ha potuto attraversare questo tempo strano continuando a svolgere la sua missione, in certi casi ampliando i servizi o inventandone di nuovi, mantenendo tutti i posti di lavoro senza fare ricorso alla casa integrazione, ciò è dovuto al fatto che negli anni precedenti, e soprattutto nel 2019, si sono poste solide basi.
Resta attuale, da un anno all’altro, la prospettiva scelta per la presentazione dell’attività: la donna. Proprio la donna è tra i soggetti maggiormente interessati dagli effetti di COVID-19, come conferma anche l’ISTAT nel presentare il rapporto sull’attuazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile: “La pandemia influisce sugli obiettivi legati al mondo del lavoro e della scuola “trovando una popolazione non uniformemente preparata”, ma anche “l’uguaglianza di genere (Obiettivo 5) è un tema rilevante per via del ruolo di rilievo delle donne e dei pericoli cui vanno incontro nella situazione attuale”.

La Caritas diocesana nel 2019 ha accolto, protetto, promosso, integrato oltre 13mila donne. Si tratta più o meno del 45 per cento di tutte le persone accompagnate nel corso dell’anno (oltre 29.000) nei vari servizi alla persona. Le donne, in riferimento alla Caritas, prevalgono invece tra gli operatori. Tra i volontari sono circa il 63 per cento (743 volontarie su 1.190 volontari totali). Anche le donatrici (55 per cento) sono più dei sui donatori. La prospettiva femminile è dunque e resta fondamentale.
La sfida centrale per chi opera in campo sociale è un’economia fondata sul consumo ad ogni costo. Essa ha alimentato quell’individualismo esasperato che conduce le persone a guardare solo al proprio interesse portando alla solitudine e alla disperazione. La chiamata per la comunità cristiana, di cui la Caritas è espressione, è dunque la seguente: lavorare all’uscita dall’individualismo valorizzando la dimensione delle relazioni, la dimensione comunitaria. Accompagnando le comunità a dare esse stesse una risposta alla solitudine e alla disperazione delle persone.
È quello che è avvenuto nei lunghi giorni della pandemia e del lockdown. La dimensione della solitudine si è manifestata in tutta la sua ampiezza. Anche con i risvolti tragici del morire da soli, senza la vicinanza delle persone care, forzosamente abbandonati in un reparto d’ospedale o in una residenza per anziani. Oppure nella propria casa trasformata in bunker.
Il coronavirus ci ha presi alla sprovvista e ci ha messi di fronte alla verità. Abbiamo visto le reazioni possibili: da un lato la fuga in se stessi, prigionieri della paura degli altri, dall’altro invece la creatività di chi, pur nel rispetto di tutte le ragionevoli misure di sicurezza, si è chiesto (agendo di conseguenza): c’è qualcuno che ha bisogno di me?
Abbiamo visto nascere e svilupparsi azioni di vera solidarietà, di ascolto, di vicinanza e tutto ciò aiuterà nei mesi non facili che ci stanno davanti. Saranno mesi di ricostruzione: del tessuto sociale ed economico, delle relazioni. Di riscoperta dei valori che stanno alla base di una società sana e umana.
E il virus? Il virus resta: è l’individualismo sfrenato. La malattia è la solitudine. Il vaccino è l’esserci per gli altri, la cura una comunità solidale.