Individualismo esasperato. No grazie!
Solidarietà|Solidarität (Notiziario Cisl Agb) – 27.4.2020
“Povertà” è una parola che può voler dire molte cose. Riferita al campo sociale significa essenzialmente: non disporre dei mezzi necessari per vivere dignitosamente. Questi “mezzi necessari” possono essere di ordine materiale o immateriale. È povero chi non ha sufficientemente da mangiare, da vestirsi, chi non ha un lavoro e dunque delle entrate per mantenere se stesso e la sua famiglia. Ma è povero anche chi dispone di tutte le possibilità economiche che lo farebbero apparire “ricco”, ma invece non ha relazioni significative, è malato, è solo oppure non sa più dare un senso alla sua vita.
La crisi sanitaria scatenata dall’epidemia del virus COVID-19 ha messo a nudo i punti di forza e le criticità del nostro vivere sociale. Per diverse settimane siamo stati obbligati a restare in casa (nei limiti del possibile), a evitare i rapporti diretti con le persone e a mantenere almeno un metro di distanza. Ci siamo dovuti chiedere chi sono gli altri per noi.

Alla base del sistema economico che ci vuole tutti attivi consumatori, atomi sciolti nel mare di quella che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito “società liquida”, c’è questa convinzione: io basto a me stesso; io non ho bisogno degli altri. È quello che chiamiamo “individualismo esasperato”. Il coronavirus ci ha fatto vedere che non è così. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Non solo nelle relazioni interpersonali che si intessono in una piccola rete privata (che diventa una forma di individualismo di clan o di gruppo), ma in una rete di rapporti più ampi. La risposta all’individualismo che produce solitudine e disperazione sta in una comunità inclusiva e solidale, dove ognuno sente una particolare responsabilità per gli altri e dove nessuno è abbandonato a se stesso.
Ciò vale anche per le altre forme di povertà che si riscontrano pure in una terra ricca come l’Alto Adige. Ci sono persone, ad esempio che, pur lavorando, non sono in grado di far fronte alle spese essenziali della propria famiglia. C’è la difficoltà a trovare un’abitazione economicamente accessibile. Vale per tutti, ma in particolare per persone di origine straniera nei confronti delle quali, spesso, si erge un muro di diffidenza. C’è la cosiddetta “povertà estrema”: persone senza dimora, senza lavoro, senza cibo. Qui sono chiamate in causa innanzitutto le istituzioni. I comuni, ad esempio, hanno una precisa responsabilità nei confronti dei “poveri” che si trovano sul proprio territorio. Non possono scaricare questa responsabilità sul mondo del volontariato sociale. Allo stesso tempo la comunità in quanto tale, se inclusiva e solidale, può fare la sua parte in modo efficace a sostegno dell’ente pubblico in un’ottica di sussidiarietà.
In tutti i servizi della Caritas diocesana e di altre organizzazioni si fa questa constatazione: il disagio sociale è multiproblematico. Cioè spesso le varie forme di povertà si ritrovano insieme in una stessa persona. La malattia psichica impedisce di lavorare e dunque produce un bisogno materiale. La disoccupazione può essere causa di depressione o di difficoltà relazionali. L’indebitamento conduce alla disperazione e alla rottura dei rapporti familiari. Tutto è molto complesso.
Complesso ma non impossibile da affrontare. Serve però un cambiamento di prospettiva. Dall’individualismo alla solidarietà. Dal credersi sufficienti a se stessi al riconoscersi corresponsabili della sorte degli altri. Perché, come ha ricordato la sera del 27 marzo papa Francesco in una piazza S. Pietro deserta, “nessuno si salva da solo”.