Vita Trentina – 22.12.2019
In prossimità del Natale è tradizione che il vescovo di Bolzano-Bressanone visiti la Casa circondariale di Bolzano, all’interno della quale presiede una liturgia della Parola con il personale, i volontari e i detenuti.
Toccare con mano la realtà del carcere fa bene a chi ha un ruolo di guida nella Chiesa o nella società. Di recente alcuni membri della Corte costituzionale si sono recati di persona nelle carceri italiane, iniziativa documentata col film documentario “Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri”, per la regia di Fabio Cavalli.
Per quanto riguarda il carcere, la Consulta deve verificare la corrispondenza della norma giuridica al dettato costituzionale e in particolare all’articolo 27 della Carta. Se è vero che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, bisogna che i luoghi nei quali la pena viene scontata corrispondano a un trattamento “umano”.

L’articolo 27 contiene altri principi fondamentali. “La responsabilità penale è personale”. Ciò significa che il concetto di “pena esemplare” va bandito dalla cultura giuridica. La pena non ha il compito di dare un esempio ad altri, se non in modo indiretto. Ma in tal caso è più sensato ricorrere al concetto di “certezza della pena”. Esemplare non è la pena in sé, ma il comportamento delle istituzioni che sono capaci di agire in modo coerente e certo.
Il cuore dell’articolo 27 è l’affermazione secondo la quale le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”. L’idea di “rieducazione” nella riflessione degli ultimi decenni ha assunto articolazioni diverse che vanno dall’inclusione alla reintegrazione sociale, dall’idea di giustizia riparativa o restaurativa al coinvolgimento della comunità civile (e della comunità cristiana) in questi processi.
Lo scorso 15 novembre, nel suo discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale di Diritto penale, papa Francesco ha esortato ad andare “verso una giustizia penale restaurativa”. “In ogni delitto c’è una parte lesa e ci sono due legami danneggiati: quello del responsabile del fatto con la sua vittima e quello dello stesso con la società”. Il pontefice segnala che “il compimento di un male non giustifica l’imposizione di un altro male come risposta. Si tratta di fare giustizia alla vittima, non di giustiziare l’aggressore”.
Aggiunge quanto segue: “Le nostre società sono chiamate ad avanzare verso un modello di giustizia fondato sul dialogo, sull’incontro, perché là dove possibile siano restaurati i legami intaccati dal delitto e riparato il danno recato. Non credo che sia un’utopia, ma certo è una grande sfida. Una sfida che dobbiamo affrontare tutti se vogliamo trattare i problemi della nostra convivenza civile in modo razionale, pacifico e democratico”.
Anche i vescovi del Triveneto sono intervenuti sul tema con la Lettera ai Cappellani delle carceri del 27 novembre. In essa sottolineano un elemento importante: è necessario “favorire il più possibile il rapporto con le comunità cristiane dove si trovano gli istituti di pena e anche con le comunità da cui provengono i detenuti: il mondo del carcere non è estraneo né fuori dalla società e dalla comunità cristiana. In concreto andranno potenziate le iniziative di collaborazione con i parroci e i sacerdoti, le possibilità di presenza in carcere di volontari provenienti dalle comunità, l’opportunità di offrire ai giovani (compresi i seminaristi e i giovani consacrati) di conoscere da vicino il mondo del carcere”.
La “rieducazione”, dunque, meglio ancora il processo di cambiamento e di reintegrazione, non è solo compito “della pena”, ma prevede un intervento attivo (e un cambiamento) nell’ambito e da parte della comunità civile e della comunità cristiana.