Il Segno – 4.12.2019
Autonomia etnica o territoriale? La questione, benché non posta in modo diretto, ha caratterizzato l’incontro tra i presidenti della Repubblica austriaca Alexander Van der Bellen e della Repubblica italiana Sergio Mattarella, svoltosi nella cornice di castel Tirolo nel centesimo anniversario della firma del trattato di St. Germain (1919) e nel cinquantesimo dell’approvazione del Pacchetto da parte del congresso della SVP (1969).
Le posizioni hanno ancora una coloritura ideologica che può essere superata in una prospettiva europea. Il presidente altoatesino Arno Kompatscher, nel suo apprezzato intervento, ha voluto/dovuto sottolineare che “l’autonomia dell’Alto Adige non è un’autonomia territoriale, ma un’autonomia a tutela dei gruppi etnici tedesco e ladino”. “Al tempo stesso – ha subito aggiunto – essa rappresenta il nostro bene comune, che nessun gruppo etnico può arrogare solo a sé”. Dunque? “L’autonomia è una casa comune, nella quale non vi è un solo padrone, con tutti gli altri considerati solo ospiti”.

Gli ha fatto eco il presidente Van der Bellen: “La principale funzione dell’autonomia è e resta la tutela della popolazione di lingua tedesca e ladina, così come delle loro peculiarità linguistiche, culturali, sociali ed economiche”. Tuttavia il compito è ora quello di “sviluppare ulteriormente questa autonomia e di adeguarla alle attuali condizioni di vita ed esigenze. Assieme, nel rispetto reciproco e privilegiando ciò che unisce a ciò che divide”.
Le risposte sulla natura dell’autonomia restano ambigue o quantomeno ambivalenti. Significativo in questo contesto l’intervento, da costituzionalista oltre che da Capo di Stato, di Sergio Mattarella. L’accordo Degasperi-Gruber del 1946, dice, “previde per la minoranza uno ‘status’ autonomo, ristabilì diritti, assicurò tutele, comprese la ricchezza che proveniva da un territorio composito e si impegnò per accrescerla”. Tuttavia: “Da strumento di tutela dell’identità di una minoranza, l’autonomia – da garantire con decisione, da parte delle Istituzioni – ha abbracciato sempre più anche una dimensione territoriale, sviluppando un complesso di regole che garantisce crescita sociale ed economica a cittadini di gruppi linguistici diversi, impegnati a fornire ciascuno un proprio contributo originale al futuro di una terra comune”.
La lettura di Mattarella è chiara: l’autonomia, nel 2019, è da intendersi come “territoriale”. Certamente resta fermo l’obiettivo della tutela delle minoranze, ma ciò avviene in un’ottica di collaborazione e corresponsabilità. Ogni persona e ogni gruppo linguistico concorrono alla tutela delle minoranze linguistiche che rappresentano un “bene comune” tutelato dalla Costituzione (art. 6). Ciò avviene non solo in un contesto di autonomia territoriale e non etnica, ma anche in una prospettiva europea (elementi entrambi presenti sullo sfondo dell’Accordo di Parigi e nello Statuto di autonomia che parla di tre “gruppi linguistici” e non di una o due minoranze).
Questa “traiettoria”, spiega Mattarella, è “perfettamente coerente con il procedere del progetto di integrazione europea”. “Dobbiamo essere consapevoli che in un mondo sempre più globalizzato soltanto il disegno europeo sarà in grado di rappresentare e di proteggere le nostre comunità permettendoci di continuare ad accrescere il nostro sviluppo sociale”. E conclude: “Nel grande ambito europeo, ciascun popolo sa di rappresentare una minoranza, perché l’Europa nasce composita e la sua forza consiste nel saper unire le diversità”.