Solo soli?

Caritas – 11.2019

Sentiamo usare parole differenti per definire gli esseri umani. Ad esempio “individuo”. Oppure “persona”. “Individuo” è una parola che deriva dal latino “individuus” e vuol dire: indiviso, indivisibile. Ha lo stesso significato del greco àtomos: una particella che non si può frazionare (così si credeva un tempo). Insomma: l’individuo sarebbe quella parte di umanità che non si può più dividere (altrimenti muore). È l’elemento più piccolo della società umana.

Quando si parla di “individualismo” da un lato intendiamo quella corrente di pensiero che riconosce l’importanza del singolo individuo e tutti i suoi diritti e che considera ogni essere umano avente valore in sé, indipendentemente dal ruolo che ricopre nella società. Questo è un significato importante. L’uomo (Mensch) non può essere sacrificato sull’altare della società, della collettività, dello Stato, dell’organizzazione e nemmeno della comunità. L’unico limite da rispettare sono gli altri uomini.

Ma per “individualismo” si intende anche la convinzione pratica che ognuno possa bastare a se stesso. La cosiddetta “società dei consumi” si fonda proprio sull’ideologia secondo la quale ognuno deve pensare in primo luogo ai propri interessi. Gli altri sono in funzione del mio benessere, della mia carriera, del mio successo individuale. Questo modo di pensare è certamente funzionale al mercato, ma uccide il senso della solidarietà umana, la corresponsabilità e in definitiva anche gli stessi esseri umani che, slegati dagli altri, restano soli.

Molte persone sono sole per almeno due motivi. Gli uni perché si son fatti convincere che la loro vita fosse tutta per loro, anziché un dono da condividere con gli altri. Gli altri perché, per lo stesso motivo, sono stati lasciati soli da tutti quelli che – nella loro ottica egoistica e egocentrica – non sanno che farsene di un uomo anziano, di un bambino malato, di una persona con disagio psichico o di altri individui che “non ci interessano”.

La radice della solitudine sta nella falsa idea di poter vivere senza gli altri. È una sciocca e brutta illusione. Sembra funzionare finché abbiamo risorse economiche, una bella casa, un lavoro, la salute. Finché non ci succede qualcosa di imprevedibile o imprevisto. Quando però viene a mancare qualcuna delle cose che ci tengono in piedi, allora tendiamo la mano per non cadere. Se però non c’è nessuno che afferra la nostra mano, siamo perduti. Solo allora ci rendiamo conto che non bastiamo a noi stessi. E forse solo allora cominciamo a vedere i nostri fratelli e le nostre sorelle che, intorno a noi, vivono nella solitudine in cui sono stati ridotti.

Invece che di “individuo” parliamo più volentieri di “persona”. La persona è l’individuo in relazione con gli altri. L’individuo da solo non esiste. La persona umana è soggetto, fondamento e fine della vita sociale. Ognuno di noi esiste nella relazione con gli altri. La qualità delle relazioni determina anche la qualità della nostra vita. Accogliere significa riconoscere che ogni persona è unica, degna di rispetto al di là della sua situazione del momento. Rispettarla vuol dire riconoscerne la dignità, per quello che ognuno è, per quello che può e deve dare. Accogliersi l’un l’altro è necessario perché nessuno basta a se stesso. È nell’altro che ognuno trova risposta alle sue domande. Il primo passo è accorgersi dell’altro, vederlo, ascoltarlo. L’altro è un messaggio per noi.

La solitudine (la mia e quella dell’altro) si vince solamente aprendo gli occhi sulle altre persone, riconoscendosi gli uni bisognosi degli altri, gli uni al servizio degli altri.

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