Vademecum per coraggiosi

Il Segno – 6.11.2019

L’assessore alla cultura Anton Zelger (1914-2008) è passato alla storia per una frase: “Quanto più chiaramente dividiamo, tanto meglio ci capiremo”. La realtà di ogni giorno dimostra il contrario. Se non ci si avvicina non ci si capisce. La divisione può apparire facile, forse garantisce per qualche tempo il quieto vivere, ma certamente non favorisce quella reciproca conoscenza che sola porta a un’autentica collaborazione. Ciò vale a maggior ragione sul piano ecclesiale, poiché la comunità cristiana è sempre da considerarsi “una”, anche là dove ci sono differenze di tipo linguistico o di altro genere (come fu fin dal tempo degli apostoli). Cristiano è il “symbolon” (ciò che unisce), anticristiano è il “diabolon” (ciò che divide”.

Il Sinodo diocesano ha voluto che si riflettesse apertamente nelle comunità su come è possibile vivere in modo evangelico le differenze linguistiche e culturali. Per questo è stato creato il gruppo di lavoro “Comunicare tra lingue” con il compito di fornire strumenti alla collaborazione fra i diversi gruppi linguistici. Tra le sue prime attività un sondaggio svolto in dieci parrocchie a diverso grado di bilinguismo dove sono stati intervistati i parroci e i rappresentanti dei gruppi conviventi. Ne è scaturito un piccolo manuale, un “vademecum per coraggiosi”, dal momento che la comunicazione vera richiede una certa dose di coraggio, perché aprirsi all’altro rende vulnerabili.

Non a caso uno dei temi emersi è quello della “paura”. Di fronte all’altro nasce il timore di perdere qualcosa di sé. Solo nell’incontro ci si accorge di non aver perso, ma guadagnato. “Si consiglia alle parrocchie – dice il vademecum – di affrontare il tema della collaborazione tramite piccoli passi concreti, di guardare di più alle persone concrete e meno agli stereotipi e di sfruttare il potenziale di persone comprensive e sensibili”.

Il sondaggio mostra come sono importanti donne e uomini bilingui. Possono fare da mediatori non solo linguistici ma anche culturali. La comprensione almeno passiva dell’altra lingua è l’obiettivo minimo da raggiungere. Essa permette, in una riunione, che tutti possano esprimersi nella propria lingua.

Le tradizioni consolidate a volte rappresentano un ostacolo alla collaborazione. Anche qui un gruppo può aver paura di dover rinunciare a qualcosa di importante. Ma senza demolire il vecchio, c’è sempre la possibilità di creare qualcosa di inedito, simile a quegli otri nuovi nei quali riversare il vino nuovo. Col tempo anche queste esperienze di incontro, di camminare insieme, diventeranno care tradizioni. Un terreno di sicura collaborazione sono poi le iniziative di servizio al prossimo. La carità è il linguaggio comune a tutti i cristiani.

Per chi non sa da che parte cominciare per una nuova collaborazione il vademecum offre alcune altre indicazioni. Alle comunità chiamate a riunire in un unico gruppo il Consiglio parrocchiale si consiglia “di favorire la conoscenza reciproca fra i gruppi linguistici tramite un incontro informale. In caso di sedute comuni è importate porsi fini concreti e venirsi incontro nell’uso della lingua, aiutando chi ne avesse bisogno”.

Importante trovare il giusto equilibrio tra celebrazioni bilingui e monolingui, avendo sempre un’attenzione particolare “al gruppo linguistico numericamente più esiguo”. Questo atteggiamento, se vogliamo, è proprio la cifra evangelica della vita comune. “Il metro di misura della collaborazione e della convivenza fra i gruppi linguistici consiste nel fatto che il gruppo ‘più debole’ si senta più o meno accolto e protetto”, poiché “è compito dei ‘forti’ prendersi cura dei ‘deboli’”. Altro che dividersi per capirsi.

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