Il Segno – 2.10.2019
L’anno pastorale appena iniziato invita, tra l’altro, ad aprire gli occhi sul mondo della comunicazione. Come comunicano i cristiani e la Chiesa? Se n’è parlato a lungo in occasione del recente Convegno pastorale diocesano. Si sono passati in rassegna i diversi mezzi di comunicazione sociale di cui fa uso la comunità cristiana, da quelli più tradizionali – come i giornali o la radio – a quelli di ultima generazione, i cosiddetti social media.
La comunicazione interessa in modo particolare la comunità cristiana e non perché essa abbia o debba avere un problema di immagine. La questione non è sviluppare un’immagine accattivante della Chiesa in modo da riguadagnare i fedeli perduti. La Chiesa, quando dice e vive la libertà, sarà sempre scomoda, fastidiosa e antipatica. Quando è davvero se stessa è anche oggetto di persecuzione.
Come ci ricorda papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, “Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia” (n. 203).
La comunità cristiana non usa la comunicazione per “farsi bella”, ma perché il Vangelo in sé è comunicazione. Vangelo significa “buona notizia”. Scrive Giovanni: “In principio era la Parola”.

Ciò significa che la questione della comunicazione per i cristiani non si limita affatto al tema dei mezzi di comunicazione di massa.
Nella sua relazione programmatica al Convegno pastorale il vescovo Ivo Muser ha detto: “Se in futuro si vuole suscitare interesse nelle persone per la Chiesa, e tramite la Chiesa per la domanda di Dio e di Cristo, una via decisiva passa attraverso le offerte sociali, perché il lato sociale di religione e Chiesa viene ancora e sempre apprezzato anche dagli indifferenti alla religione e dai critici verso la Chiesa”.
Certamente non si tratta di usare il “sociale” (che è simpatico, ma anche no) come stratagemma per recuperare terreno. Va piuttosto sviluppata la consapevolezza che il cristiano comunica (e annuncia la buona notizia) in primo luogo con la sua vita e con le sue scelte quotidiane.
La Chiesa non comunica solamente attraverso i mass media ecclesiali. La liturgia domenicale (e feriale) è essenzialmente comunicazione. Perciò è da chiedersi: che cosa stiamo comunicando? La catechesi, la preparazione ai sacramenti sono comunicazione. I sacramenti stessi, in quanto “segni efficaci”, sono elementi di comunicazione.
La comunicazione, per ottenere risultati, ha bisogno di consapevolezza nell’uso dei mezzi e di professionalità. Ma ciò che rende credibile ogni forma di comunicazione da parte della comunità cristiana è la testimonianza semplice, sobria, quotidiana, della propria vita. Come scriveva Josef Mayr-Nusser, di cui ricorre in questi giorni la memoria liturgica (altra bella opportunità di comunicazione), di fronte al “buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione”, per vincere il buio con la luce “dobbiamo dare testimonianza… anche se ci attaccano, se non ci ascoltano e se ci ignorano”. Aggiungeva: “Non la spada, né la violenza, né denaro, nemmeno l’influenza di capacità intellettuali e del potere spirituale, niente di tutto ciò ci è chiesto…” “Il Signore ci ha chiesto qualcosa di assai modesto e al tempo stesso di molto più importante: dare testimonianza”.
Come dire: per comunicare in modo efficace che Dio è amore non basta un tweet.
“Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma, la più efficace”.