Il Segno – 4.9.2019
Cento anni fa, il 10 settembre 1919, nei pressi di Parigi, a Saint-Germain-en-Laye, fu firmato il trattato che stabiliva i nuovi confini dell’Austria, dopo la Prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’impero asburgico. Fu in base a quell’atto che il regno d’Italia poté estendere la sua sovranità sul Trentino e sull’Alto Adige fino al confine del Brennero. La nuova frontiera interrompeva drasticamente la lunga storia del Tirolo inteso come unità territoriale, ultimamente, dall’800, come provincia dell’Austria-Ungheria.

Pochi giorni dopo la firma del Trattato (il 27 settembre), il ministro degli esteri Tommaso Tittoni, intervenne alla Camera dei Deputati e pronunciò parole chiare in tema di minoranze linguistiche.
“L’Italia – disse interrotto da voci di approvazione e da applausi – al pari delle altre quattro grandi potenze alleate, non ha alcun obbligo legale ma, a mio avviso, ne ha uno morale grandissimo per le tradizioni liberali che sono il suo vanto e la sua gloria. Le popolazioni d’altra nazionalità a noi riunite sappiano che noi aborriamo da qualunque idea d’oppressione o di snazionalizzazione; che la loro lingua e le loro istituzioni culturali saranno rispettate; che i loro rappresentanti amministrativi godranno di tutti i diritti della nostra legislazione liberale e democratica; che i loro deputati politici troveranno accoglienza cordiale nel Parlamento italiano, il quale li ascolterà con deferenza quando parleranno in nome delle Popolazioni da loro rappresentate. Noi possiamo assicurare la popolazione dell’Alto Adige che mai essa conoscerà il regime poliziesco di persecuzione ed arbitrio cui furono per lunghi anni sottoposti dal Governo Imperiale austriaco gli italiani della Venezia Giulia e Tridentina”.
Se queste dichiarazioni programmatiche si fossero tradotte in realtà nei decenni successivi, certamente la storia altoatesina avrebbe preso un corso assai differente. Tuttavia le cose andarono per un altro verso, a Bolzano come a Roma.
Per la Giornata dell’Autonomia di quest’anno – prevista per il 5 settembre, anniversario della firma dell’Accordo di Parigi del 1946 – la Provincia di Bolzano unisce tre ricorrenze nella manifestazione intitolata “Futuro – Memoria. 100 anni da Saint-Germain, 80 anni dall’Opzione, 50 anni dal Pacchetto”.
La storia non si fa con i se, tuttavia possiamo presumere che “se” le parole del ministro Tittoni avessero trovato attuazione, non si sarebbe arrivati, vent’anni dopo, alla tragica stagione delle Opzioni. La via indicata dal governo liberale del 1919 non fu quella percorsa poi dal governo fascista a partire dal 1922. Esattamente il contrario. Il rispetto degli obblighi morali venne meno, lasciando spazio a politiche “d’oppressione o di snazionalizzazione”; la lingua e le istituzioni culturali non furono rispettate; i rappresentanti amministrativi (come del resto in tutto il Paese) non ebbero più “i diritti della nostra legislazione liberale e democratica”; il Sudtirolo (e non solo) conobbe un “regime poliziesco di persecuzione ed arbitrio”.
Tale situazione favorì, nel 1939, il drastico accordo per le Opzioni tra le dittature di Mussolini e Hitler.
Vennero la guerra e la nuova pace. A Parigi i ministri Gruber e Degasperi presero finalmente impegni assai simili a quelli dichiarati nel settembre del 1919 dal ministro Tittoni. La prima autonomia si rivelò tuttavia ambigua e venne male attuata. La questione fu portata alle Nazioni Unite, si intavolarono nuove trattative, scoppiarono le bombe, finché nel 1969 – malgrado le bombe e grazie a uomini di buona volontà – fu pronto per l’approvazione il cosiddetto Pacchetto, l’insieme di misure che riformava l’autonomia regionale conducendo al secondo Statuto che sarebbe entrato in vigore nel 1972.
Una storia fatta, più che di trattati diplomatici, di uomini e donne e delle loro (nostre) scelte e responsabilità.