Il Segno – 3.7.2019
Ricorrevano lo scorso 23 giugno gli ottant’anni degli accordi di Berlino che avrebbero portato, di lì a poco, alla tragica stagione delle Opzioni. Presso il comando delle SS, nella capitale del Terzo Reich, quel giorno si riunirono la delegazione italiana, con l’ambasciatore Bernardo Attolico e il prefetto di Bolzano Giuseppe Mastromattei, e quella tedesca, composta da Heinrich Himmler, Reichsführer delle SS, dal console germanico con sede a Milano Otto Bene e dal generale Karl Wolff.

Sostanzialmente con le Opzioni le due dittature intendevano risolvere a modo loro la “questione altoatesina” e così rimuovere l’ostacolo che si frapponeva a una loro alleanza duratura. Diversi peraltro gli obiettivi da parte dei due contraenti. Hitler auspicava il trasferimento di massa, avendo bisogno di carne da cannone per la guerra di aggressione che sarebbe scoppiata poco più di due mesi dopo. Mussolini intendeva sbarazzarsi delle persone che agivano, sul territorio della provincia di Bolzano, a disturbo della politica snazionalizzatrice del governo fascista.
In sostanza l’accordo, che fu poi perfezionato in ottobre, prevedeva per i cittadini del Reich l’obbligo di lasciare il territorio provinciale e per gli altoatesini (in teoria solo quelli di lingua tedesca e ladina) la possibilità di scegliere (optare per) la cittadinanza germanica entro la fine dell’anno. In tal caso anch’essi avrebbero dovuto varcare il confine.
L’Opzione – cha aprì ferite a lungo insanabili nei paesi, nelle città, nelle famiglie della Terra tra i monti – fu un grande inganno. L’estate e l’autunno del 1939 si contraddistinsero per una propaganda veemente infarcita di quelle che oggi definiremmo fake news. Si diffuse la convinzione, ad esempio, che al cospetto di un voto massiccio per la Germania, Hitler avrebbe annesso l’Alto Adige come aveva fatto con i Sudeti. Oppure che là, oltre confine, sarebbe stato messo a disposizione un territorio tale e quale al Sudtirolo. O ancora che chi fosse restato cittadino italiano sarebbe poi stato trasferito in Sicilia.
Senza ora scendere in tutti i dettagli che riguardarono l’Opzione, ci sono due aspetti che rendono quell’epoca estremamente simile ai nostri giorni. Il primo, come già detto, è l’efficacia della propaganda che non si fa scrupoli di diffondere notizie false per coagulare consenso. Il secondo è il bisogno del leader carismatico. Josef Mayr-Nusser, che fu uno dei protagonisti di quella stagione (e si batté consapevolmente contro l’opzione per la Germania), disse queste parole nel 1936, ad un convegno di formazione per dirigenti di Azione cattolica: “‘Leader’ [nell’originale ‘Führer’], ecco la parola vincente di oggi, lo slogan che cattura e spinge le masse. Tutti oggi puntano sulla leadership; in tutti i campi del vivere umano, non solo in quello politico, si reclama il leader. Infatti la massa in quanto tale è incapace di guidarsi da sé, ma si aggrappa sempre a coloro che da essa emergono per le proprie prestazioni particolari. Dopo tutto il caos dei primi anni postbellici nella politica, nell’economia e nella cultura, osserviamo oggi con quanto entusiasmo, anzi spesso con quale cieca passione e dedizione incondizionata le masse si consegnano ai leader. Ci tocca oggi assistere a un culto del leader che rasenta l’idolatria. Tanto più può meravigliare questa fede appassionata nei leader, dal momento che siamo in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica, in un’epoca piena di scetticismo in cui il singolo non vale niente, ma conta solo la massa, il numero”.
Niente di nuovo sotto il sole.