L’altro Alto Adige

Il Segno – 3.4.2019

C’è un altro Alto Adige, quello che non svetta in cima alle classifiche del benessere o delle città ideali. Il suo volto emerge nella quotidianità del lavoro di chi accompagna le persone in situazione di difficoltà e osserva le condizioni che producono e alimentano le povertà. Tra questi la Caritas, attraverso la quale la comunità diocesana si mette al servizio di chi fa più fatica, in attuazione del “comandamento nuovo”. In particolare la Caritas, guardando all’attività dell’anno passato, mette in rilievo la questione dell’“abitare”. Molte persone, nel ricco Alto Adige, trovano lavoro, ma non un’abitazione adeguata.

La relazione annuale della Caritas diocesana ha l’obiettivo di descrivere quanto fatto e quanto osservato nel costo dell’anno. Si tratta di cogliere le tendenze della società così come emergono dal lavoro quotidiano, di individuare le cause dei problemi e le responsabilità a livello sociale, comunitario, istituzionale, soprattutto di capire se e come la comunità – e la comunità cristiana in particolare – è in grado di dare risposte a situazioni che spesso essa stessa produce. La relazione annuale misura gli effetti del servizio degli operatori e dei volontari secondo la prospettiva indicata da papa Francesco: “Dare priorità al tempo [perché “Il tempo è superiore allo spazio”] significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi”. “Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici”.

Quello dell’“abitare” è un settore in cui la Caritas ha deciso di investire in energie, idee e risorse. Si tratta principalmente di accompagnare le persone a trovare una soluzione abitativa adeguata e dignitosa. Questo può avvenire solamente con il coinvolgimento e la partecipazione attiva della comunità e in particolare di coloro che hanno locali da mettere a disposizione.

“Le persone in emergenza abitativa rischiano di perdere il lavoro o non riescono a trovarne uno nuovo, scivolano nell’isolamento sociale, spesso in disturbi di dipendenza o altri problemi psicologici”, spiega Danilo Tucconi, responsabile dell’area “Abitare” della Caritas. “Sempre più persone con un lavoro precario ci hanno chiesto un riparo, compreso chi ha perso la casa a causa di uno sfratto forzato. L’emergenza abitativa colpisce inoltre sempre più spesso i giovani e gli ex residenti delle strutture per richiedenti asilo”, dice Tucconi. La Caritas fa la sua parte: nel 2018 ha fornito un tetto a 828 persone, 596 uomini e 232 donne, tra loro 59 bambini e giovani al di sotto dei 18 anni. “Nel complesso, il numero di pernottamenti è aumentato di quasi il 6 per cento rispetto al 2017, con un prolungamento della durata media dei soggiorni nella maggior parte delle nostre strutture. Tutto ciò è dovuto da un lato alla difficile ricerca di un luogo alternativo in cui vivere, dall’altro al molto tempo che è necessario investire affinché i nostri ospiti siano rimessi nelle condizioni di poter condurre una vita di nuovo autonoma e dignitosa. Per noi della Caritas questo approccio orientato al futuro è molto importante”.

“Abitare” è da considerarsi un diritto umano (evocato dall’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo). È compito delle istituzioni pubbliche garantirne il godimento a tutte le persone. Ma ogni cittadino (e cristiano) è chiamato a dare il suo contributo. Come scrive il vescovo Ivo Muser nella lettera pastorale per questa Quaresima, “la solidarietà tiene insieme la nostra società, non può essere demandata solamente a enti ed istituzioni ma è compito di tutti e di ciascuno: l’amore del prossimo non può essere delegato”.

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