Caritas – 3.2019
“Espressioni come ‘prima noi’ sono incompatibili con la visione cristiana dell’uomo”. Il vescovo di Bolzano-Bressanone Ivo Muser ha ripetuto queste parole più volte negli ultimi mesi. Non si tratta semplicemente di stigmatizzare gli slogan delle recenti campagne elettorali, quanto piuttosto di essere chiari rispetto alla nostra idea di uomo. Agire in base al criterio “prima noi, poi gli altri” non corrisponde alla logica del Vangelo, secondo il quale tutti gli uomini sono figli dello stesso Padre, fratelli tra loro, partecipi della stessa dignità. Per il cristiano non ci sono stranieri, non ci sono persone di serie A e di serie B, non ci sono i “nostri” e gli “altri”, ma c’è solo un “NOI” che comprende tutti.
Certo che tradurre in pratica la logica evangelica non è semplice e a volte sembra impossibile. Viviamo in un mondo diviso da confini e segnato da diversi ordinamenti giuridici. Ciò vuol dire, ad esempio, che la legge deve regolamentare fenomeni come quello migratorio, tenendo presenti i limiti imposti dal diritto internazionale. Ecco perché servono norme che disciplinino l’immigrazione. E poiché l’Italia in questo campo ha una legislazione del tutto inadeguata, negli ultimi anni molte persone hanno varcato le frontiere (spesso con gravi pericoli, attraverso il deserto e il mare) facendo domanda di protezione internazionale. Non avevano altre possibilità di passare il confine (invisibile?) tra la miseria e il benessere. Tra la morte e la vita.

Molti di questi fratelli, in tutto il Paese, sono stati accolti in centri gestiti dalle Caritas diocesane, dalle parrocchie, da varie organizzazioni che hanno risposto all’appello all’accoglienza rivolto a tutti da papa Francesco (e prima ancora dal Vangelo: “Ero straniero e (non) mi avete accolto”). La comunità cristiana, nelle sue articolazioni operative, ha ben amministrato i finanziamenti provenienti dallo Stato e ha spesso aggiunto molte risorse di tasca propria. Così anche nella nostra diocesi. In tal modo ha svolto un servizio a tutta la società, non solo alle persone accolte. Una buona integrazione tra chi viene e chi accoglie è sempre nell’interesse di tutti. Le norme sull’accoglienza delle persone richiedenti asilo avevano finora fatto sì che almeno una parte di coloro che sono arrivati in Italia fuggendo da guerre, persecuzioni e miseria potesse ottenere un permesso di soggiorno per “motivi umanitari” e che comunque usufruisse di percorsi di integrazione, formazione, inserimento nel mondo del lavoro.
Lo scorso 4 ottobre è entrato in vigore il cosiddetto “decreto Sicurezza” (o legge Salvini) che porta con sé una serie di effetti socialmente negativi. Innanzitutto ridurrà drasticamente le attività a favore dell’integrazione (corsi di lingua ecc.). In secondo luogo abolisce i permessi di soggiorno per motivi umanitari (sostituiti da “permessi speciali”). Poi limita l’accoglienza nei centri SPRAR (in futuro Siproimi) ai soli rifugiati già riconosciuti. Infine (ma il decreto legge contiene molti altri provvedimenti) non riconosce la residenza alle persone che sono in attesa di una risposta alla loro domanda di asilo.
Gli effetti di questa legge saranno: più persone senza documenti, più persone in strada, meno integrazione, più conflittualità, meno coesione sociale, guerra tra poveri. Perché dunque, nel nome di una maggiore sicurezza, si impongono norme che vanno nel senso esattamente contrario? Sembra proprio che si voglia costruire ad arte una situazione di disordine e insicurezza per poi specularci e guadagnare nuovi, drammaticamente facili consensi elettorali. Creare insicurezza per poi invocare la sicurezza. Creare disordine per invocare l’ordine. Ma quale?