Josef Mayr-Nusser testimone per l’Africa

Il Segno – 9.1.2019

Don Josef Ferrari, assistente dei giovani di Azione cattolica negli anni Trenta, paragonava le parole dell’amico Josef Mayr-Nusser a una fonte. Una di quelle sorgenti che danno ristoro, vita e senso alle cose. Come un pozzo nelle arsure di certe regioni africane. “Quello che diceva – affermò don Ferrari ricordando l’amico l’11 aprile 1945 nella chiesa del S. Cuore di Bolzano – era chiaro come l’acqua di una sorgente di montagna – quello che faceva, lo faceva per una bontà calda, che aveva il suo fondamento nella carità cristiana. Che portasse questo amore, lungo le sue camminate vincenziane, nelle baracche e nelle abitazioni dei poveri, che offrisse l’amore come una forza di conciliazione per le tensioni nella comunità dei giovani, era sempre lo stesso amore che nasceva dal suo cuore vicino a Dio. La sua gratuità era senza limiti e la sua disponibilità al servizio instancabile”.

Queste parole – chiarezza, bontà, carità cristiana, forza di conciliazione, gratuità – si sono materializzate da poco più di un anno in un pozzo per l’acqua potabile donato al villaggio di Kodowari, nel cuore dell’Africa occidentale, diocesi di Djougou, Benin. Il punto d’acqua – che nasce dall’amicizia tra il gruppo del “Pozzo di Giacobbe – Jakobsbrunnen” e la comunità diocesana di Djougou – è dedicato proprio al beato Josef Mayr-Nusser e sorge vicino alla chiesa dell’Epifania, finanziata da Missio Bolzano-Bressanone e inaugurata lo scorso 4 novembre.

Il villaggio si trova a pochi chilometri dalla frontiera con il Togo ed è un luogo di convivenza per quattro gruppi etnici (ani, kotokoli, kabie e lokba) e tre tradizioni religiose (musulmana, cristiana, tradizionale). Il contesto adatto per creare un punto di dialogo come vuole essere un pozzo che dà acqua, cioè vita, a tutti indistintamente.

Una piccola delegazione altoatesina ha visitato la parrocchia lo scorso 2 gennaio. Al centro dello scambio di esperienze la testimonianza di Josef Mayr-Nusser. Così il 6 gennaio, festa patronale della nuova chiesa che è dedicata all’Epifania, il parroco p. Bienvenue Vidjinlokpon ha preso spunto dalla vicenda del beato altoatesino per infondere nella popolazione convenuta anche da altri villaggi il coraggio necessario a prendere posizione nelle situazioni di ingiustizia. È il coraggio della fede e della verità, la testimonianza, il martirio.

Il “Pozzo di Giacobbe”, che ha sede a Merano, si impegna a favore delle persone che operano per la promozione umana in situazioni di frontiera tra culture, lingue e religioni. Il Benin è uno di quei paesi, come ce ne sono tanti, in cui convivono decine di gruppi etnici e di tradizioni. Malgrado le difficoltà, spiega il vescovo di Djougou Paul Vieira, “lavoriamo per un dialogo di pace, di comprensione di accettazione reciproca”. I molti che si impegnano per il dialogo hanno bisogno di tutto il sostegno possibile. La loro, ripeterebbe il beato bolzanino, è una “testimonianza”.

Restano attuali le parole scritte da Pepi Nusser nel gennaio del 1938: “Intorno a noi c’è il buio. Il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione. In questa situazione dobbiamo dare testimonianza e vincere questo buio con la luce di Cristo, anche se ci attaccano, se non ci ascoltano e se ci ignorano. Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma, la più efficace”.

Non è un caso che la visita della delegazione altoatesina alla diocesi di Djougou sia cominciata il 1° gennaio, Giornata mondiale della pace, nel villaggio di Boko, dove è stato realizzato un pozzo finanziato con le offerte raccolte nelle ultime celebrazioni delle Luce della Pace di Betlemme in Alto Adige.

Josef Mayr-Nusser continua anche in Africa a dare la sua testimonianza di luce, un sostegno per chi crede nel bene e opera per il bene comune.

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