(In)sicurezza

Il Segno – 5.12.2018

“La conseguenza più evidente sarà un aumento dell’irregolarità sui territori con conseguenze anche in termini di sicurezza”. È il commento di don Francesco Soddu, direttore nazionale di Caritas Italiana, al cosiddetto Decreto Sicurezza, convertito in legge nei giorni scorsi dal Parlamento.

Il provvedimento interviene pesantemente nel campo dell’accoglienza delle persone che sono giunte in Italia e hanno fatto domanda di protezione internazionale. Un fenomeno che si è intensificato soprattutto negli anni dal 2015 al 2017 e che oggi, dopo gli oscuri accordi con la Libia e la Turchia, è notevolmente (ma per quanto?) ridimensionato.

È opinione condivisa nel mondo del volontariato e del sociale (ma anche tra i rappresentanti degli enti locali) che la legge, a dispetto del suo nome, condurrà a una situazione di maggiore disordine e incertezza. Vediamo perché.

Un primo punto riguarda l’abolizione della cosiddetta “protezione umanitaria”. È stato, finora, l’esito più frequente dell’iter che segue una richiesta di asilo. Molte persone infatti non scappano dalla guerra o dalle persecuzioni (in tal caso potrebbero essere riconosciuti come “rifugiati” in base al diritto internazionale) ma fuggono “solo” dalla miseria. La “protezione umanitaria” è stato lo strumento – per loro e per i territori di accoglienza – per un percorso di integrazione con discrete possibilità di successo. “Alla data odierna”, ammonisce don Soddu, “circa 140 mila persone titolari di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rischiano di cadere o di ricadere in una condizione di irregolarità del soggiorno che li esporrà al rischio di povertà estrema, di marginalità e di devianza”. La conseguenza: un aumento dell’insicurezza per tutti.

Una seconda criticità è rappresentata dal ridimensionamento del programma SPRAR, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Si tratta normalmente di piccoli centri di accoglienza gestiti dai comuni e finanziati dallo Stato con l’obiettivo di una efficace integrazione. Finora il sistema di protezione era aperto anche alle persone richiedenti asilo. Adesso invece i progetti vengono limitati a chi ha già ricevuto la protezione internazionale e ai minori non accompagnati. Le conseguenze sono sottolineate da un’analisi dell’Ufficio Politiche Migratorie e Protezione Internazionale di Caritas Italiana: “Questa scelta penalizzerà molto i territori e la qualità dell’accoglienza in quanto predilige le strutture di grandi dimensioni che in genere sono elemento di preoccupazione e paura diffusa”.

Molti altri i punti destinati a incrementare le situazioni di insicurezza. La nuova normativa rivede ad esempio le regole che disciplinano l’iscrizione al servizio sanitario nazionale, escludendo tutti coloro che non siano titolari di una protezione internazionale o sussidiaria. Si prevede che “centinaia di migliaia di persone rimarranno escluse dal godimento di questo diritto”. La ricaduta sulla salute pubblica è facilmente intuibile. Il “Decreto Salvini” stabilisce inoltre che il permesso di soggiorno per richiesta di asilo non comporterà più come accade ora, l’acquisizione della residenza nel comune in cui si vive. “Ciò comporterà un impedimento totale a qualsiasi servizio pubblico collegato alla residenza”.

“La strada che è stata intrapresa”, commenta il presidente altoatesino Arno Kompatscher dopo aver incontrato a Roma il ministro Matteo Salvini, “non consentirà di raggiungere gli obiettivi di maggiore chiarezza e maggiore sicurezza”. Il decreto “porterà ad avere ancora più richiedenti asilo costretti a vivere per strada, con le conseguenze che si possono immaginare”.

Perché dunque, nel nome di una maggiore sicurezza, si impongono norme che vanno nel senso esattamente contrario? Sembra proprio che si voglia costruire una situazione di disordine e insicurezza per poi specularci e guadagnare nuovi, drammaticamente facili consensi elettorali. Creare insicurezza per poi invocare la sicurezza. Creare disordine per poi invocare l’ordine.

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