Nessuna guerra è una vittoria

Il Segno – 7.11.2018

“Nessuna guerra è una vittoria”. Potrebbe bastare questa frase per rendere appieno il senso della lettera pastorale pubblicata dal vescovo Ivo Muser in occasione dei cent’anni della fine della Prima guerra mondiale. Se ci mettiamo anche il titolo – “Beati gli operatori di pace” – abbiamo già tutti gli elementi per capire che la pace ha bisogno di scelte coraggiose.

“La guerra non scoppiò inaspettata, bensì fu preparata a lungo nelle menti, nella politica, nella cultura e nella scienza, nell’economia e anche nella religione”. Ancora oggi portiamo le conseguenze di quella guerra – che papa Benedetto XV definì “inutile strage” – e delle guerre che seguirono.

“Il ricordo comune degli orrori e delle crudeltà del conflitto vuole collocare questo monito in profondità nei nostri cuori: la pace va voluta e cercata, la pace ha bisogno di essere curata e accompagnata in modo vigile, affinché non venga sacrificata per presunti interessi superiori. La memoria e la riflessione servono a mantenere vivo il ricordo: per amore della pace, per amore della dignità umana, per amore del nostro futuro comune”.

Parlare di “vittoria” a proposito di una guerra che ha provocato milioni di morti è del tutto fuori luogo. In passato la retorica della vittoria ha messo gli uni contro gli altri e ha trasformato la storiografia in propaganda. Ma oggi “i monumenti di ogni genere inneggianti alla vittoria, che rimandano a dittature e guerre, dovrebbero perdere la loro forza di attrazione una volta per tutte”.

Il vescovo Muser ha una proposta: “Sarebbe un segno concreto e lungimirante se la piazza davanti al monumento alla Vittoria a Bolzano fosse rinominata in piazza dedicata alla pace, alla riconciliazione, alla comprensione, alla volontà di convivenza”, poiché “non si chiamano vittorie quelle che si raggiungono attraverso guerra, nazionalismo, disprezzo di altri popoli, lingue e culture. Alla fine di una guerra ci sono sempre e solo sconfitti”.

L’idea, lo sappiamo, non è nuova. Nel 2002, dopo che la giunta comunale di Bolzano guidata da Giovanni Salghetti aveva coraggiosamente ribattezzato piazza della Vittoria in piazza della Pace, un referendum aveva poi riportato indietro le lancette della storia. Oggi i tempi sono più maturi per un passo di questo tipo? Difficile dirlo. Certo è che le parole profetiche non cercano il facile consenso ma risuonano soprattutto quando esprimono pensieri che vanno contro la corrente. “I cristiani – scrive il vescovo – hanno il compito di gestire il futuro operando per la pace. Come cristiani e come comunità cristiana siamo chiamati a non lasciare soli i responsabili politici, ma a stimolarli e incoraggiarli a prendere decisioni al servizio della pace e del bene comune”. E ancora: “Il ricordo comune degli orrori e delle crudeltà del conflitto vuole collocare questo monito in profondità nei nostri cuori: la pace va voluta e cercata, la pace ha bisogno di essere curata e accompagnata in modo vigile, affinché non venga sacrificata per presunti interessi superiori. La memoria e la riflessione servono a mantenere vivo il ricordo: per amore della pace, per amore della dignità umana, per amore del nostro futuro comune”.

A cent’anni dall’armistizio firmato ai primi di novembre del 1918 è tempo di riflettere insieme sui motivi per i quali la politica degenera in violenza e guerra. La verità è che non viviamo più, oggi, in un tempo di pace. Attorno a noi divampa ciò che papa Francesco definisce la “terza guerra mondiale a pezzetti”. Siamo chiamati a vigilare, a riconoscerne i segni e a fare noi stessi piccoli passi di cambiamento, cominciando dalle nostre case e delle nostre piazze.

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