Non dimentichiamo la storia

Auser notizie – 8.2018

Ricorrono in queste settimane gli 80 anni dell’inizio della politica razzista in Italia. A metà luglio fu pubblicato il “Manifesto della razza”, in agosto fu condotto il censimento degli ebrei, a partire da settembre furono promulgate le leggi razziali. Oggi i nazionalismi, i razzismi, i sovranismi tornano a dare contenuti agli slogan con i quali si rincorre il consenso delle masse. Parole che portano voti, ma distruggono l’Europa, la solidarietà internazionale e la dignità umana.

Quando si perde la prospettiva storica nel leggere il presente, si ricade fatalmente negli orrori del passato. L’Europa degli ultimi secoli deve il suo sviluppo economico e tecnologico anche a un rapporto iniquo con molte regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America. Ora le popolazioni di questi continenti bussano alle porte del (sempre più) vecchio continente a causa della miseria, delle guerre e dei cambiamenti climatici. L’origine di questi mali si trova spesso nei cosiddetti “interessi nazionali” dei Paesi europei e delle grandi potenze. Lo diciamo esplicitamente: “America first”, “Prima gli italiani”, “Österreich zuerst”.

Oggi riemergono i nazionalismi e gli egoismi nazionali. I governi, per ritrovare coesione in Europa, vanno per la scorciatoia di un nuovo “egoismo europeo”, fatto di frontiere e porti chiusi (esternalizzando la gestione del fenomeno migratorio a Paesi come la Turchia e la Libia), dimentico dei valori fondanti dell’Unione europea: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto, diritti umani.

L’Europa in tal modo, anziché essere, come deve, motore propulsore di civiltà e di umanità, diventa incapace di un rapporto positivo col resto del mondo. Personalmente, come molti altri che non hanno paura del loro prossimo, auspico un’Europa solidale e responsabile, capace di equità e accoglienza. Equità nei rapporti internazionali, in modo da garantire una giusta distribuzione delle risorse a livello globale e da non costringere le persone ad abbandonare forzatamente la propria terra. Accoglienza di coloro che giungono a noi via mare e via terra, nella consapevolezza che il mondo appartiene a tutta l’umanità e non a pochi privilegiati.

Di fronte alla “inequità” che contraddistingue i rapporti internazionali (nell’economia e nella politica) abbiamo una “responsabilità globale”. “Nella questione della migrazione – ha detto papa Francesco qualche settimana fa – non sono in gioco solo numeri, bensì persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni. Queste persone, che sono nostri fratelli e sorelle, hanno bisogno di una protezione continua, indipendentemente dal loro status migratorio. I loro diritti fondamentali e la loro dignità devono essere protetti e difesi”.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 della Costituzione). Abbiamo, in Alto Adige e in Europa, diversi modi per riconoscere doveri e diritti e per dare un contributo all’eliminazione delle “inequità” che causano le migrazioni forzate. Innanzitutto avviare relazioni economiche eque e progetti di cooperazione con i Paesi di provenienza dei migranti, riconoscendo così a tutti concretamente il diritto a non abbandonare la propria terra. Con la scusa (ignobile) di “aiutarli a casa loro” abbiamo perseguito troppo spesso i nostri interessi nazionali.

Si tratta anche di iniziare processi – a livello micro – di cambiamento di quegli stili di vita che, nell’ottica di uno sviluppo equo a livello globale, si rivelano insostenibili perché provocano – a livello macro – guerra, miseria, cambiamenti climatici e, di conseguenza, migrazioni.

Nel frattempo è nostro dovere accogliere degnamente le persone che fuggono da realtà invivibili così come noi vorremmo essere accolti se fossimo nella medesima situazione. Ciò significa qualità nell’accoglienza e tempi e modi congrui nelle procedure burocratiche. Vuol dire anche operare nell’ottica del bene comune e dunque, in vista delle prossime elezioni, evitare di strumentalizzare la sofferenza dei migranti e di attizzare in modo artificioso il senso di insicurezza dei cittadini.

A dire queste cose ti danno del fesso buonista. Qualcuno sostiene che a non distinguere tra migranti (economici) e profughi si attizza la rabbia del popolo e si fa vincere i populisti. Allora mi chiedo: chi di noi non è figlio o nipote di “migranti economici”? Quale nazione europea non ha corresponsabilità nell’aver causato gli squilibri economici che provocano le migrazioni? A far trionfare i populismi e i “cattivismi” sono quelli che fanno il proprio dovere (accogliere e condividere) o quelli che il proprio dovere non lo fanno (informare correttamente e lavorare per il bene comune)?

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