Il Segno – 4.7.2018
15 luglio 1938: i giornali di tutta Italia danno la notizia in prima pagina della pubblicazione del cosiddetto “Manifesto della razza”. In base ai principi enunciati, nei mesi successivi sono emanate le leggi “per la difesa della razza”, meglio note come “leggi razziali” o leggi antiebraiche.
Quello stesso giorno, esattamente ottant’anni fa, Josef Mayr-Nusser tiene un discorso di fronte al direttivo della Gioventù maschile di Azione cattolica a Bolzano:
“Oggi ognuno parla della comunità etnica alla quale tutto il resto dovrebbe essere subordinato. Valori come ‘sangue e suolo’ … vengono oggi assolutizzati e la vita culturale di interi popoli viene costruita su fondamenta insicure, come lo è tuttora la questione razziale. Il singolo ha valore esclusivamente in quanto membro del corpo etnico”.
Un atto di coraggio, quello di Mayr-Nusser, in un tempo nel quale questa terra è stretta fra due dittature che della “questione razziale” hanno fatto o stanno facendo un vessillo e un’arma micidiale. È certamente più difficile e rischioso, nel 1938, chiamare le cose col loro nome.

Il Manifesto della razza sostiene a chiare lettere che “le razze umane esistono”, che “esistono grandi razze e piccole razze”, che “il concetto di razza è puramente biologico”, che “la popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana”, che “esiste ormai una pura razza italiana”. Tutte cose oggi smentite dalla scienza, a cominciare dall’idea stessa di razza. Il Manifesto prosegue affermando che “è tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”, che “è necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra”. Infine: “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Si teorizza la loro radicale diversità rispetto alla “pura razza”: “Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani”. Già allora si fa strada ciò che possiamo chiamare “razzismo europeo”. Dice il Manifesto: “L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee”, mentre “il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani”.
Il primo passo compiuto dal regime fascista, ancora nell’agosto 1938, è un censimento. A che cosa serve a Mussolini tirar fuori la questione razziale? A ricompattare la nazione, a creare il nemico, a guadagnare consensi. Ovvio che tutto ciò presuppone l’accondiscendenza o almeno il silenzio da parte della “società civile”. Questo tipo di politica implica la presenza di governanti senza scrupoli e di un “popolo” sprovveduto, facile preda del cosiddetto “populismo”.
Al censimento seguono, sempre nel 1938, le leggi che escludono gli ebrei da ogni ambito della vita pubblica. Agli ebrei stranieri sarà vietato di “fissare stabile dimora nel Regno”. Questa pulizia etnica, in Alto Adige, colpisce soprattutto Merano, dove vivono diverse centinaia di ebrei, in maggioranza stranieri. A partire dal 1938 la comunità evapora. Dopo l’8 settembre 1943 gli ultimi ebrei rimasti in città saranno rastrellati dai nazisti, aiutati in ciò dalle liste del censimento fascista. Partiranno da Merano il 16 settembre 1943, destinazione Auschwitz.
