Pastorale cittadina

Il Segno – 9.5.2018

A Bolzano (e presto forse anche a Merano) si è cominciato a parlare seriamente di “pastorale cittadina”, dal momento che il modello dell’Unità pastorale, applicato sul resto del territorio diocesano, non è riproducibile in una realtà così complessa sul piano sociale e ecclesiale. In città si sovrappongono storie e tradizioni, approcci pastorali, forme e luoghi comunitari, gruppi e sottogruppi linguistici, aspetti sociali, economici e urbanistici.

Tuttavia, ci dice Paolo, le diversità e le complessità vanno viste (se compatibili col vangelo) innanzitutto come doni, come carismi. “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,7) e la comunità è come un corpo che è uno, ma ha molte membra (12-26). Per l’apostolo delle genti il compito della pastorale cittadina sarebbe chiaro: “Nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre” (25). Questo è anche lo spirito del Sinodo diocesano che ci ricorda come “nell’ottica del bene comune, siamo tutti responsabili di tutti”, che “nelle comunità cristiane i membri di un gruppo linguistico sono corresponsabili anche per i membri di altri gruppi linguistici” e che “tutti coloro che sono attivi nella pastorale curano in modo particolare questo aspetto” (n. 58).

La pastorale cittadina può aiutare i cristiani di Bolzano a essere veramente cristiani? Cioè persone capaci di annunciare, con la loro vita, che Dio è amore e che l’amore è l’unica via del Bene e l’unico cammino verso la felicità (la vita eterna)? Siamo infatti chiamati a essere “beati”, cioè “felici”, come ci ricorda papa Francesco nella sua esortazione apostolica Gaudete et exsultate.

Il cristiano, lo sottolinea anche il titolo del tema pastorale di quest’anno, è “coraggioso e solidale”. Ciò significa avere il coraggio di uscire, se si vuole volare alto, dal proprio “nido etnico” e dai tanti piccoli bunker identitari nei quali siamo soliti cercare rifugio (da noi stessi?). Significa riunirsi nella comunità per dirsi l’un l’altro che è necessario “spezzare il pane” (“…fate questo in memoria di me”), cioè prendere la nostra vita, ciò che siamo e abbiamo e “condividere” tutto nel (per il) mondo che abitiamo. Essere cristiani non è “tenere per sé” ma “condividere”. Cercare il Bene, lavorare per il Bene comune: tutto il resto ci viene dato in aggiunta (cfr. Matteo 6,33).

Ho sentito dire che c’è anche bisogno di luoghi in cui ogni gruppo linguistico possa andare ad attingere di tanto in tanto alla propria identità, quasi a riposarsi dalle fatiche del dialogo e del camminare insieme. Che triste! È come se marito e moglie chiedessero di tornare una settimana al mese nelle proprie famiglie di origine perché la vita matrimoniale è faticosa e devono riprendere fiato. Direi a chi pensa che il matrimonio e la famiglia non siano esperienze gioiose, che è meglio che non si sposi né metta su famiglia. Vedo qui un certo tasso di immaturità e una tendenza all’autoreferenzialità e alla solitudine. È nell’altro che riconosciamo noi stessi. Il cristiano è chiamato a vivere la propria fede nella comunità. Non nella comunità etnica (il “nido etnico), ma nella comunità cristiana che è ricca delle sue diversità anche linguistiche.

Quanto all’identità, le fonti a cui i cristiani sono tenuti ad attingere sono la Parola e l’Eucaristia e sono chiamati a farlo insieme. Perché sia la Parola che l’Eucaristia (lo spezzare il pane) chiamano alla condivisione, quindi a uscire da se stessi e dalle proprie (pseudo)sicurezze per condividere con gli altri la propria vita (compresa la cultura che ha valore solo se viene donata per il bene comune).

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