Pepi Nusser. L’attualità del messaggio

L’Adige – 18.3.2017

Molti elementi della vicenda di Josef (Pepi) Mayr-Nusser sono di estrema attualità. Altri hanno un respiro universale sia sotto il profilo dello spazio che sotto quello del tempo. A cominciare proprio da quella parola, “beato”, che da ora in avanti sarà associata a Pepi come una qualifica, quasi un titolo di merito. Ma che cosa significa davvero, se non “felice”? E la felicità è e rimarrà sempre l’orizzonte di tutte le nostre vite. Intendiamoci: felicità nel senso di pienezza di vita. La qual cosa si trova quando si ha il coraggio di considerare la propria vita un dono per cui ringraziare e da investire per il bene delle persone che incontriamo.

Questi però sono pensieri “fuori dal tempo”. Ci riguardano ogni giorno ma, per quanto possa apparire paradossale, non sono strettamente “di attualità”.

La prima dimensione che rende Pepi Nusser un interlocutore per questo nostro tempo è la sua capacità di fare delle scelte. Il che non è affatto scontato. Allora come oggi prevale la tendenza a farsi trasportare dalla corrente. Corrente grande o piccola, di governo o di opposizione, ma pur sempre corrente dalla quale è comodo lasciarsi cullare senza porsi troppe domande. Nella società liquida la corrente diventa oceano e la direzione si perde. La necessità di scegliere in modo consapevole ci conduce a un altro tema, centrale in Mayr-Nusser. È quello della testimonianza.

La tomba di Josef Mayr-Nusser nel Duomo di Bolzano

“Intorno a noi c’è il buio”, scriveva il giovane Josef all’inizio del 1938. Sarebbe stato l’anno delle conquiste hitleriane e delle leggi razziali. “Il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione”. La testimonianza, per Josef, è una luce nel buio. “Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma, la più efficace”. Sul come si discute da decenni. Mayr-Nusser non ha soluzioni facili. Sa della complessità di un tempo in cui “due mondi si stanno scontrando”. Dice: “Non si tratta, dapprincipio, di essere testimoni attraverso la parola, nemmeno attraverso l’azione. Spesso può essere più opportuno tacere; spesso anche la migliore azione può essere distorta. Ma sempre dobbiamo essere testimoni. Esserlo con semplicità e senza pretese. Ecco la più grande testimonianza!”

Qui si apre un capitolo grande: essere testimoni di che cosa? Nusser parla di “miscredenza e indifferenza”. Credo si riferisca al nichilismo. A quell’atteggiamento secondo il quale in definitiva la Verità non esiste, ma ci sono tante verità. Una forma di “relativismo assolutizzante”, perché presenta come Verità le piccole verità che tali non sono. Come la squallida verità di Hitler che, pur falsa, divenne concreta e portò il mondo sull’orlo del baratro. Fu di fronte a quella falsa verità che Josef Mayr-Nusser sentì l’urgenza di urlare il suo “no”, pagando per esso con la vita.

Essere testimoni: questo ci obbliga anche oggi a chiederci che cosa c’è di vero, di buono, di giusto nella nostra vita, nella cultura e nella politica, nelle nostre relazioni con gli altri. Per “vedere” (sempre in modo parziale, sia chiaro) ciò che è vero lo strumento di Josef (ma di tutti noi) è la coscienza. Pepi Nusser è martire della libertà di coscienza. Ecco qui un altro elemento di tragica attualità. Josef e i suoi compagni si sono presi il tempo necessario per informarsi, per scavare nella realtà, per leggere anche libri come “Mein Kampf” in modo da sviluppare una coscienza formata e consapevole. Per capire che cosa fosse o non fosse compatibile con ciò in cui credevano. È un percorso che richiede impegno e fatica, ma che rende uomini, anziché pedine in balia di un qualche qualsiasi “giocatore pazzo”. Quanti di noi, oggi, sono consapevoli della necessità di darsi gli strumenti per scegliere, giorno per giorno, tra ciò che è giusto e ciò che offende la dignità dell’uomo?

Tra i molti aspetti che rendono Josef attuale come mai c’è il suo recupero della politica come dimensione necessaria a “cambiare il mondo”. Pur senza mai nominarla, quella parola, “politica”, egli insegna che tutti siamo responsabili di tutti e che l’orizzonte delle scelte, sul piano sociale, è il “bene comune”. La politica non va ridotta a lotta di potere, ma è impegno per il bene comune. Di fronte ai commilitoni che, il 4 ottobre 1944, nel casermone di Konitz gli chiedono ragione del suo no (“chi te lo fa fare?”), Josef risponde in modo univoco: “Se mai nessuno ha il coraggio di dire che non è d’accordo con le loro visioni nazionalsocialiste, le cose non cambieranno”.

Il suo non è un atto privato. Egli non è l’eroe di un giorno. Non cerca il martirio per il martirio. Quel “no” è un “sì” alla dignità umana. È pronunciato per gli altri. Del resto il senso della vita Josef lo ha trovato proprio in questo (e ne ha conferma ad ogni pagina del Vangelo): esserci per gli altri. È questo che, pur ucciso dalla brutalità del male, lo rende felice. Lo rende beato. Lo rende vivo.

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Bibliografia:

Paolo Bill Valente, Fedeltà e coraggio. La testimonianza di Josef Mayr-Nusser, ed. Alpha Beta, Merano 2017

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