Caritas – 3.2017
In un mondo in cui molti hanno tutto, al punto di essere soffocati dal superfluo, mentre tanti altri non hanno nulla e si dibattono nello sforzo di sopravvivere giorno per giorno, verrebbe da dire che sì, certo, la rinuncia al superfluo è una forma di amore per il prossimo, quando ciò significa dare pane, acqua, lavoro, speranza a chi non ne ha.
Tutte le tradizioni religiose conoscono il valore della “rinuncia”, spesso, come nella Quaresima, nella forma del “digiuno”. Con l’attenzione però a che non sia solo un comportamento esteriore. Alcune settimane fa abbiamo letto queste parole del profeta Isaia: “Il digiuno che voglio – dice il Signore – è sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi”. Consiste nel “dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti”. E ancora: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce” (cap. 58).

Allora diciamo: la rinuncia è certamente amore per il prossimo se produce condivisione. Se ci porta a “dividere il pane”. Nell’enciclica Laudato si’ papa Francesco invita a riflettere sul nostro rapporto con il creato. Quello della rinuncia è un tema centrale nella testimonianza di Francesco d’Assisi che considerava la povertà (quella scelta consapevolmente) una “sorella” e compagna di vita. Però, ci ricorda il papa, “la povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio” (n. 11). Papa Francesco cita il patriarca ortodosso Bartolomeo: “Ci ha proposto di passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che significa imparare a dare, e non semplicemente a rinunciare. È un modo di amare, di passare gradualmente da ciò che io voglio a ciò di cui ha bisogno il mondo di Dio” (n. 9).
“Dallo spreco alla capacità di condividere”. Tale consapevolezza non porta solo alla rinuncia, ma alla ricerca di nuovi stili di vita. A questo tema la diocesi dedicherà il prossimo anno pastorale. Per la Caritas una nuova sfida, nella prospettiva della sua funzione educativa. Papa Francesco, nella Laudato si’, fa direttamente appello ai giovani: “La coscienza della gravità della crisi culturale ed ecologica deve tradursi in nuove abitudini. Molti sanno che il progresso attuale e il semplice accumulo di oggetti o piaceri non bastano per dare senso e gioia al cuore umano, ma non si sentono capaci di rinunciare a quanto il mercato offre loro. Nei Paesi che dovrebbero produrre i maggiori cambiamenti di abitudini di consumo, i giovani hanno una nuova sensibilità ecologica e uno spirito generoso, e alcuni di loro lottano in modo ammirevole per la difesa dell’ambiente, ma sono cresciuti in un contesto di altissimo consumo e di benessere che rende difficile la maturazione di altre abitudini. Per questo ci troviamo davanti ad una sfida educativa” (n. 209).
Pure il Sinodo diocesano sottolinea (n. 32) che “la salvaguardia del creato dipende anche dalle scelte personali di uno stile di vita sobrio e sostenibile, oltre che da decisioni collettive coraggiosamente solidali”. Quando (n. 33) “i cristiani partecipano in prima persona a questo processo di coscientizzazione” divengono “sale della terra”, perché “vivono in modo consapevole e agiscono secondo solidarietà”, “si rafforzano e sostengono a vicenda in uno stile di vita sobrio” e “le loro decisioni sono rivolte alla tutela della vita, al rispetto della persona e del creato e perciò ad un futuro sostenibile”.