Eredità

Vita Trentina – 16.10.2016

Non si tratta solamente di beni materiali che passano da una persona ad altre. Spesso più che di “beni”, oltretutto, si tratta di “mali”. Le eredità – o forse piuttosto i testamenti che le descrivono – sono causa (meglio: espressione) di rancori, inganni, piccole vendette personali. Come dice con assoluta chiarezza il Vangelo e come capì bene Francesco, nel prendere in sposa Madonna Povertà, “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Mt 19,24). L’eredità è anche motivo di dannazione, cioè può chiudere irrimediabilmente la porta (stretta) della felicità e della vita.

Che cosa lasceremo in eredità a chi verrà dopo di noi? È una domanda che sentiamo porre di frequente. Non si tratta certamente di affannarsi ad accumulare cose da trasferire ai nostri successori. L’interrogativo ne presuppone un altro: che cosa abbiamo ricevuto in eredità? Nel bene e nel male, s’intende. Un tentativo sincero di risposta a questa domanda ci può aprire gli occhi rispetto a una parte della nostra identità: chi siamo? Da dove veniamo? Di chi, appunto, siamo gli eredi?

L’altra parte dell’identità risponde alla domanda: dove vogliamo andare? Ma anche: dove vogliamo che vada il mondo con il nostro (modesto) contributo?

Ecco, ragionare in termini di “eredità da lasciare” significa riflettere bene sugli effetti delle nostre azioni. La bontà delle parole e delle azioni si misura sulle conseguenze che esse provocano. Sono, esse, di promozione della dignità umana? Sono una risposta all’appello ad “amarsi gli uni gli altri”?

In definitiva tutti noi siamo eredi e custodi di una notizia. Una Buona Notizia: ciò che conta è volere il bene degli altri. Se lasceremo questa notizia in eredità (con tutte le conseguenze che essa comporta) avremo fatto tutto quello che dovevamo fare.

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