Caritas – 7.2016
“Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”. Questa frase, attribuita a Confucio, celebre filosofo che visse nella Cina di due millenni e mezzo fa, costringe tutti noi a chiederci se quello che stiamo facendo per gli altri, oggi, è davvero ciò di cui hanno bisogno.
Se una persona ha fame, ha senso darle da mangiare? La risposta è naturalmente “sì”. Secondo i dati del Programma Alimentare Mondiale, agenzia che fa capo alle Nazioni Unite, nel mondo ci sono ancora quasi 800 milioni di persone che soffrono la fame. È nostro dovere dar loro da mangiare. Ma come?
Tornando alla metafora iniziale: ha più senso offrire a queste persone del pesce o è meglio fornirle di una canna da pesca? Una prima risposta: a chi sta morendo di fame è necessario dare subito del cibo. Ma nel frattempo sarà utile dotare questi nostri fratelli degli strumenti (la canna da pesca) per produrre essi stessi il cibo di cui hanno bisogno. Questo può voler dire scavare un pozzo, dare un piccolo prestito, fornire le attrezzature necessarie alla coltivazione e al commercio.

Se vogliamo fare un altro piccolo passo nel nostro ragionamento, rileggiamo la frase di Confucio. Si parla di “insegnare a pescare”. Come dire: non basta dare il pesce o la canna da pesca, bisogna trasmettere anche le conoscenze minime per usare e far funzionare le attrezzature che abbiamo dato. Sembra ovvio, ma non sempre lo è. Tante volte è più facile “dare cose” piuttosto che “formare persone”. Chi opera nello scavo di pozzi sa bene che non basta creare un punto d’acqua, bisogna anche accompagnare la comunità ad un uso dell’acqua consapevole ed efficace.
Ora però fermiamoci un attimo a riflettere. Come mai molti di noi si limitano a dare il pesce, senza offrire anche la canna e men che meno insegnando a pescare? Una prima considerazione: regalare il pesce e basta è molto più comodo. Ma c’è una risposta più impegnativa. Per alcuni di noi (ma lo stesso vale anche ad altri livelli, come quello del rapporto tra stati) la fame (o altre forme di povertà) non è affatto un problema che deve essere risolto. A volte il nostro non è un “dare” che vuole il riscatto del povero, ma è un “dare” che punta, magari inconsapevolmente, a mantenere il povero nella sua povertà. A volte l’affamato diventa solo lo strumento della nostra gratificazione personale. Non lo accompagniamo su una strada di libertà, ma lo manteniamo in uno stato di sottomissione. Lo stesso vale – con motivazioni diverse – nei rapporti tra nazioni ricche e nazioni povere. Le diseguaglianze a livello planetario, che producono fame, sono funzionali al benessere (che è cosa diversa dal “bene comune”) delle nazioni ricche.
Un segno tangibile di queste diseguaglianze sono le migliaia di persone che fuggono dalla loro terra a causa della miseria e della fame. Forse abbiamo dato loro il pesce, ma non abbiamo insegnato loro a pescare. Le abbiamo mantenute nella dipendenza economica, in uno stato di sudditanza. Ora bussano alla nostra porta. Quanto sta accadendo oggi in Europa, ci ha detto il card. Francesco Montenegro, presidente della Caritas, ospite a Bolzano qualche mese fa, è “una storia pesante che non possiamo mettere sotto la voce ‘carità’ ma dobbiamo mettere sotto la voce ‘giustizia’. Il problema non è la migrazione ma l’ingiustizia nel mondo e il mondo si regge su questa ingiustizia. Se non cominciamo a combattere l’ingiustizia le soluzioni non si trovano”.
In altri termini: non si tratta solo di dare il pesce, la canna e di insegnare a pescare. L’ingiustizia su cui si regge il mondo impedisce anche a chi sa pescare di farlo. È dunque necessario ripensare le relazioni economiche internazionali e anche lo stile di vita di ognuno di noi. Questo però ci impegna davvero tutti in prima persona. È molto più comodo continuare a dare un pesce, cioè le briciole del nostro benessere. Comodo ma inutile (e disumano).