Vita Trentina – 8.11.2015
San Martino (Sarentino) – “Ha cambiato più lui le cose, che tutti noi messi insieme, con i nostri bei libri e i grandi discorsi”. Lo ammette lo storico altoatesino Leopold Steurer all’indomani della scomparsa di Franz Thaler. Il “Giusto di Sarentino”, uno degli ultimi testimoni sudtirolesi della resistenza alle dittature che hanno insanguinato il 20° secolo, si è spento giovedì scorso all’età di 90.
Troppo piccola la chiesa di San Martino, il villaggio della famiglia Thaler, in fondo alla valle, per contenere tutti coloro che sabato scorso, nel primo pomeriggio, hanno voluto accompagnare Franz per un piccolo tratto di strada, l’ultimo, consegnandolo alla memoria di una terra che lo ha vissuto, a lungo, come pietra d’inciampo, come segno di contraddizione. Il paese c’era tutto, ora, raccolto e commosso, in una limpida giornata d’autunno. Un autunno molto diverso da quello del 1944, quando a metà dicembre Franz Thaler transitò tremante sotto la scritta “Arbeit macht frei” che campeggia all’ingresso del campo di concentramento di Dachau.

Chiamato alle armi al servizio di Hitler, era fuggito in montagna, avendo “avuto notizia – scrisse – delle infinite atrocità commesse dal regime nazionalsocialista”. Si consegnò qualche mese dopo, per evitare che i famigliari venissero presi in ostaggio, come previsto da un proclama del Gauleiter. Fu condannato a dieci anni di lavori forzati, internato a Dachau e poi nel lager di Hersbruck. Dopo la Liberazione, passò alcuni mesi in un campo di prigionia francese e poté rivedere la sua val Sarentino solo il 15 agosto 1945. La scorsa estate, nel settantesimo del suo rientro ferragostano, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha onorato Franz e il suo contributo alla memoria collettiva: “La sua terribile esperienza umana vissuta come deportato per non aver aderito alla richiesta di arruolamento nelle file dell’esercito nazista durante il periodo dell’occupazione, rivive ancor oggi nelle struggenti immagini raccolte nel suo libro, autentica testimonianza del dramma vissuto intimamente tra difficoltà, stenti, emarginazioni e disprezzo da parte di una società lacerata dalle contraddizioni e miope al rifiuto dell’obbedienza alla dittatura”. Il libro in cui Thaler racconta la sua vicenda porta il titolo “Dimenticare mai” (ed. Raetia). “Ho perdonato, ma non ho dimenticato. Non voglio dimenticare”, ripeteva l’artigiano sarentinese.
Don Balthasar Schrott, all’omelia, sabato scorso, ha raccontato, con la voce incrinata dalla nostalgia, la sua amicizia con Franz, le sue confidenze, la sua forza e la sua consapevole debolezza, la sua fede: “Non ce l’avrei mai fatta nel lager – diceva – se non mi fossi aggrappato alla corona del rosario”. Il sindaco Franz Locher ha ringraziato il compaesano per aver voluto scrivere pagine sofferte per il bene delle nuove generazioni. “Sei stato un uomo modesto, di grande umiltà, e hai riconosciuto per tempo, ciò che altri non hanno riconosciuto o non hanno voluto riconoscere”, ha detto il presidente della Provincia Arno Kompatscher. Parole rimaste nell’aria, circondate dai colori dell’autunno altoatesino.
A chiudere i versi di Dietrich Bonhoeffer (“Von guten Mächten…”, “circondati da silenziose forze buone…”), cantati a fatica, perché un nodo soffocava le voci.
Sepulveda ricorda Thaler
Lo scrittore cileno Luis Sepulveda, che ebbe l’occasione qualche anno fa di far visita a Franz Thaler nella sua San Martino, in un post su Facebook lo definisce “un uomo buono e trasparente che abitava in una piccola casa arroccata sulle montagne del Sudtirolo, in compagnia di sua moglie, anziana come lui, e di un gatto. L’ho conosciuto durante una visita a Bolzano e più tardi, in un libro, raccontai la sua storia eccezionale”.
“Franz Thaler – scrive Sepulveda – era uno spirito libero, un amante dei suoi monti, del silenzio alpino e di un modo di essere tirolese. Quando il fascismo voleva ‘italianizzare’ il Tirolo, Franz Thaler ha detto no e ha difeso la sua cultura, la sua lingua, il suo modo di essere. Quando i nazisti pretesero di ‘germanizzare’ il Tirolo, Franz Thaler ha detto no, ha lottato ed è finito nell’atroce campo di concentramento di Dachau. Durante la sua prigionia scrisse un libro su carta di sigaretta, con parole minuscole, quasi microscopiche, riempì cento pagine di dignità, di memoria ribelle, perché sentiva che quella era l’unica eredità che poteva lasciare”.

Ricorda ancora lo scrittore: “Nella stube, la piccola stanza di legno dove viveva confezionando miniature d’argento, abbiamo parlato, mi ha messo fra le mani il manoscritto del libro scritto in cattività. Mi ha meravigliato la sua energia, la difesa di una pace dignitosa, non la pace degli sconfitti, e il suo immenso amore per la vita. Ho conosciuto un uomo buono e trasparente chiamato Franz Thaler. E un lottatore chiamato Franz Thaler. E so che i monti del Tirolo sentono oggi la stessa tristezza che sento io”.