L’Adige – 13.9.2014
Eppur si muove. In Alto Adige, in questi giorni, si manifestano i segnali di un mondo, quello dell’autonomia regionale, che esce dalle paludi del passato per proiettarsi in un futuro inedito, nella prospettiva dell’abbattimento di muri e steccati.
Un tempo non lontano nel Sudtirolo che Luis Durnwalder paragonava al villaggio di Asterix, vigeva la ferrea legge del “quanto più ci divideremo, tanto meglio ci comprenderemo”. La massima fu pronunciata e fatta valere da Anton Zelger (1914-2008), a lungo assessore provinciale alla cultura tedesca. E fu la migliore descrizione della politica di separazione etnica, in seguito alla quale in provincia di Bolzano si sono sviluppate due società parallele, ognuna con propri riferimenti culturali specifici e spesso esclusivi. Una realtà formalmente pacificata, ma divisa, che conobbe la sua principale voce critica (e per molti versi profetica) in Alexander Langer (1946-1995), il viaggiatore leggero.
“La convivenza – scrisse Langer nel suo ‘decalogo’, maturato anche alla luce delle guerre balcaniche – offre e richiede molte possibilità di conoscenza reciproca. Affinché possa svolgersi con pari dignità e senza emarginazione, occorre sviluppare il massimo possibile livello di conoscenza reciproca. ‘Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo’, potrebbe essere la controproposta allo slogan separatista” di Zelger. “Imparare a conoscere la lingua, la storia, la cultura, le abitudini, i pregiudizi e gli stereotipi, le paure delle diverse comunità conviventi è un passo essenziale nel rapporto inter-etnico”.

Aggiungiamo che nella storia dell’ultimo secolo e mezzo, non solo in Alto Adige ma pure, a suo tempo, in Trentino, la scuola fu la trincea nella quale (prima e dopo la Grande Guerra) si combattevano le battaglie nazionali e nazionalistiche. Il fascismo, nella sua furia omologatrice, colpì per prima cosa la scuola di lingua tedesca ed impose maestri e programmi italiani. L’autonomia trovò un rimedio ai danni provocati nel Ventennio, creando un sistema scolastico innestato su binari paralleli, molto attento alle identità e poco allo scambio e alla comunicazione.
Ma ora succede un fatto strano. Lunedì 8 settembre, primo giorno di scuola, a Bolzano viene inaugurato un nuovo istituto primario (nel quartiere Firmian), intitolato nientemeno che ad Alexander Langer. Come se non bastasse – altro elemento di evidente rottura col passato – sotto uno stesso tetto ci sono bambini di lingua tedesca e italiana (oltre ai “nuovi cittadini”, naturalmente), ognuno nella sua classe, ma con spazi e tempi volutamente comuni. È prevista anche la condivisione di attività didattiche, nell’ottica di un migliore e più efficace apprendimento delle lingue.
“Per la prima volta nella nostra provincia due scuole di lingua italiana e tedesca condividono in una stessa struttura spazi, aule e attività comuni. Si tratta di un momento importante per la crescita della nostra scuola”, dichiara l’assessore alla scuola italiana. Gli fa eco il successore di Anton Zelger, il giovane Philipp Achammer (che per giunta è Obmann provinciale della Svp e dunque successore diretto di Silvius Magnago), il quale sottolinea il ruolo di ponte che svolgerà la nuova scuola tra gli alunni e le loro famiglie di lingua italiana e tedesca e anche nei confronti dei nuovi cittadini. “Questa scuola, che anche architettonicamente rappresenta un progetto innovativo – dice – diventerà indubbiamente un punto di riferimento culturale per l’intero quartiere”.
Dunque Langer aveva ragione. Sarebbe stato meglio poterglielo dire subito. Certo, si tratta di sviluppi che richiedono tempo, ma anche i secoli trascorrono invano se non c’è l’impegno di persone che sanno guardare oltre gli steccati del proprio interesse e del proprio gruppo (o clan) di riferimento. La scuola Langer è, oggi, il vero monumento alla “vittoria” di Bolzano. Da qui, si potrà scrivere domani, educhiamo noi stessi alle lingue, alle culture e alle arti. È la vittoria della ragione e dell’intelligenza, non più la (falsa) vittoria dei nazionalismi e della sopraffazione. La vittoria della (feconda) multicultura sulla (sterile) monocultura.
Langer aveva ragione e, a quanto pare, anche Degasperi.
Qualcuno ricorda le levate di scudi di alcuni ambienti altoatesini alla notizia dell’avvio del processo di beatificazione dello statista trentino? Al di là di cosa si possa pensare dell’opportunità di una simile iniziativa ecclesiastica, ci riferiamo qui alle motivazioni addotte, ovvero all’immagine di un Degasperi traditore delle aspettative del Sudtirolo e tutto impegnato a difendere, a Parigi, la causa trentina.
Ebbene ora, in occasione del premio a Romano Prodi conferito il 5 settembre, il presidente altoatesino Arno Kompatscher riabilita pienamente il ruolo di Alcide Degasperi, “colui che per l’Alto Adige – ha detto – è passato alla storia come il firmatario dell’Accordo di Parigi, un passaggio a lungo considerato deludente. Oggi, invece, sappiamo che proprio grazie a quell’intesa la nostra autonomia può beneficiare di un ancoraggio internazionale, e che quell’accordo rappresenta la vera Magna Charta dell’autonomia altoatesina. Grazie al patto sottoscritto da Alcide Degasperi e Karl Gruber, infatti, la questione altoatesina è stata portata all’attenzione dell’ONU, rendendo la nostra Regione speciale fra le speciali”.
Oggi, potremmo sottolineare, sappiamo che la pacifica convivenza ed il bene comune non si fondano sulle ideologie (e men che meno su posizioni fanatiche e anacronistiche) ma sulla buona volontà e sulle scelte quotidiane delle persone, dei semplici cittadini e dei loro rappresentanti eletti.