Nel museo la storia della “vittoria”

L’Adige – 26.6.2014

È una settimana piena di storia, questa. Lunedì la ricorrenza dei 75 anni del patto sciagurato tra Hitler e Mussolini che mise la popolazione altoatesina e parti di quella trentina di fronte alla tragica scelta delle Opzioni. Tutto partì il 23 giugno del 1939 nei locali del comando delle SS di Berlino.

Sabato scoccano invece i cento anni dell’assassinio, a Sarajevo, dell’erede al trono austriaco, l’arciduca Francesco Ferdinando. L’attentato condusse, nel giro di un mese, allo scoppio della prima guerra mondiale. La Grande Guerra si concluse, secondo i canoni di una consolidata retorica, con la cosiddetta “Vittoria”. E tutti sanno quali conseguenze ebbe quell’epilogo per il Trentino, per l’Alto Adige e per il Tirolo storico nel suo complesso. A prescindere dai nuovi confini italo-austriaci, la pace di Versailles poneva la premessa per un nuovo e più sanguinoso conflitto.

Il terzo evento della settimana riguarda proprio il monumento che, eretto nella “nuova Bolzano” tra il 1926 e il 1928, ebbe l’ambiguo compito di celebrare quella “Vittoria” e di farne memoria per i secoli a venire. Da molti quel manufatto è vissuto semplicemente come il relitto di un regime che ebbe tra i suoi obiettivi la cancellazione dal territorio nazionale di ogni differenza linguistica e culturale. A ricordarne lo spirito ancora oggi vi si legge: “Hic patria fines. Siste signa. Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus”. Ovvero: siamo arrivati fin qui ad educare “gli altri” nella lingua, nel diritto e nelle arti. Una provocazione, un potenziale esplosivo che per molti decenni nessuno è mai riuscito a disinnescare. Ricordiamo ad esempio che quando, nel 2002, la giunta comunale presieduta dal sindaco Giovanni Salghetti Drioli ebbe il coraggio di rinominare piazza Vittoria in “piazza della Pace”, quella decisione fu cancellata in men che non si dica da un referendum popolare.

Ora, per tornare alla nostra settimana, si compie qualcosa di veramente nuovo: il 27 giugno sarà inaugurato il museo che, nei sotterranei del monumento, racconterà le vicende contrastate del secolo breve. In tal modo il monumento e la cosiddetta “vittoria” saranno definitivamente consegnati alla storia? È quello che molti si augurano.

Tuttavia è bene ricordare che quel’opera, eretta per volontà di Benito Mussolini “sulle stesse fondamenta – disse – in cui doveva sorgere il monumento della vittoria tedesca” è frutto di un’evoluzione perversa che aveva le sue radici nell’Ottocento, in particolare nella degenerazione dell’idea nazionale. Nel Tirolo al di qua del Brennero, alla fine del 19° secolo, si assistette ad una vera e propria guerra dei monumenti che andava di pari passo con l’analoga contesa relativa alla lingua da usarsi nelle scuole.

Sorse per primo a Bolzano, nel 1889, il monumento a Walther von der Vogelweide, Minnesänger di presunte origini tirolesi. Ebbene? Per capirne il significato riportiamo alcune righe dalla “Neue freie Presse” (settembre 1889): la statua “non è solamente un omaggio a Walther medesimo; esso deve essere una testimonianza che Bolzano è sempre stata una città tedesca e tedesca deve rimanere. L’italianizzazione del Sudtirolo ha negli ultimi quaranta anni fatto passi da gigante, e il confine linguistico che una volta era presso Mezzolombardo si è spostato molto più a nord, ad Egna”. “Già la forza della carezzevole lingua italiana si estende fino al circondario di Bolzano, ma qui, nel vecchio emporio commerciale tedesco non deve riportare la vittoria sulla lingua tedesca. Presso il monumento a Walther nella Johannisplatz lo Spirito tedesco monta la guardia: saluta fraternamente il genio italiano ma non lo lascia andare oltre”.

La risposta, non necessariamente fraterna, del “genio italiano” non si fece attendere. Nel 1891 fu indetto il concorso per la realizzazione dell’opera (inaugurato nel 1896) da dedicarsi “a Dante quale genio tutelare della lingua e della civiltà italiana nel Trentino”.

È sull’onda di questa storia conflittuale che, un quarto di secolo dopo, venne realizzato a Bolzano l’arco marmoreo che inizialmente avrebbe dovuto essere dedicato a Cesare Battisti e poi, per l’opposizione delle famiglia, fu intitolato alla Vittoria. Comunque sia, esso esprimeva fin dal suo nascere la volontà di rivincita della classe dirigente italiana nei confronti di un’Austria, ormai ridotta a qualcosa di assai diverso rispetto all’impero multinazionale del passato.

Con quel monumento si celebrava la “vittoria” al cospetto degli sconfitti. Rappresentò uno sberleffo e un atto di gratuita prevaricazione. Fu un autentico ostacolo sulla via della riconciliazione e questo almeno fino ai primi anni del nuovo millennio.

Più volte è stato proposto di abbattere e perfino di spostare il monumento alla Vittoria. Si optò sempre per la non cancellazione del passato, ma per la “storicizzazione” del manufatto. Già nel 2005 furono apposte nei pressi del ponte Talvera alcune targhe plurilingui allo scopo di spiegarne il significato: “Questo monumento fu eretto durante il regime fascista per celebrare la vittoria dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Essa comportò anche la divisione del Tirolo e la separazione della popolazione di questa terra dalla madrepatria austriaca. La Città di Bolzano, libera e democratica, condanna le divisioni e le discriminazioni del passato e ogni forma di nazionalismo, e si impegna con spirito europeo a promuovere la cultura della pace e della fratellanza”.

Ora il museo rappresenta un punto di non ritorno. Sarà visitabile tutti i giorni, gratuitamente. Il monumento potrà finalmente essere visto per quello che è: un grande punto di domanda rivolto all’Italia e all’Europa, a cui ognuno – avendo seguito e meditato il percorso espositivo – potrà dare una sua risposta.

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