L’Adige – 29.10.2013
Cinque anni fa a Bolzano il Pdl aveva ottenuto il 24,8 per cento dei suffragi ed era perciò il primo partito. Come possono cambiare in fretta le cose! Dopo il voto di domenica al vertice nella classifica del capoluogo si ritrovano il Pd e la Svp, entrambi al 22,2 per cento. Nella città vissuta per decenni sotto il cielo plumbeo dei nazionalismi, con una predominanza della destra (nelle sue varie declinazioni, dal Msi di Almirante ai vari partiti di fattura berlusconiana) si tratta di una svolta storica. Certamente il sindaco Luigi Spagnolli, al suo secondo mandato, ci ha messo del suo, benché i rapporti col Pd ufficiale non siano sempre stati un idillio. Ma tant’è. Questo è il tempo dei personaggi “non allineati” alla Renzi. Persino nella Svp, dove stravince con più di 80.000 preferenze il “rottamatore soft” Arno Kompatscher (non saranno le centomila di Durnwalder, ma per una new entry come lui è un risultato di tutto rispetto) e dove ottengono ottimi risultati persone non propriamente di apparato come Arnold Schuler e Martha Stocker.
Il risultato più eclatante (benché prevedibile) del voto di domenica in Alto Adige è la perdita da parte della Svp, dopo 65 anni, della maggioranza assoluta in Consiglio. Non più 18 consiglieri, ma 17. Il partito di raccolta cala ovunque, tranne che nel comprensorio Salto-Sciliar, dove si trova Fiè, comune di cui Kompatscher è sindaco. Profeta in patria, dunque.

Notevole il risultato dei Verdi (presentatisi con Sel). Ne escono confermati i consiglieri Hans Heiss e Riccardo Dello Sbarba (l’italiano più votato in assoluto) cui si aggiunge la coordinatrice provinciale Brigitte Foppa. Buona l’affermazione del partito democratico che riporta in consiglio Christian Tommasini e Roberto Bizzo.
Ma non finisce qui. È evidente il successo dei Freiheitlichen che sfiorano il 18 per cento e portano il loro contingente a sei consiglieri. Il partito di Pius Leitner è latore di quali istanze? Diciamo che dà voce al malcontento, al bisogno di trasparenza, agli esclusi dal cosiddetto “sistema Svp” e, al tempo stesso, cavalca un certo patriottismo secessionista e la mentalità leghista del “prima i nostri”. Questi ultimi aspetti detti un po’ sottovoce, in questa campagna elettorale, per rendersi maggiormente presentabili nel caso si offrisse l’opportunità di avvicinarsi al governo della Provincia. Buona anche l’affermazione di Eva Klotz la quale, a coronamento della sua carriera di pasionaria, ottiene il tanto desiderato terzo seggio (uno, coi resti, va anche alla BürgerUnion di Pöder). Benché siano chiuse le urne Süd-Tiroler Freiheit (caso unico) continuerà la campagna elettorale fino al 30 novembre, quando scadono i tempi del cosiddetto referendum sull’autodeterminazione.
Se cresce la destra tedesca, fa flop quella italiana. E non solo, come si diceva, a Bolzano. Dilaniata dalle liti interne, dai personalismi, dalle altalenanti vicende dei suoi referenti romani o lombardi, riesce a racimolare ben poco e tutto coi resti. Un seggio per la Biancofiore (che va però all’ex svp ex leghista Elena Artioli), uno per Urzì. A bocca asciutta restano Unitalia di Seppi e la Destra di Minniti. Monti e il suo declino portano sfortuna a Scelta civica per l’Alto Adige, che non guadagna il consigliere che invece va al movimento di Grillo.
Il cattivo risultato della destra va attribuito anche al calo dell’affluenza, che ha riguardato soprattutto le città e dunque l’elettorato italiano. In particolare, come sembra, quello di destra appunto. La conseguenza più evidente e pratica del non voto è il fatto che rispetto alle legislature precedenti, il numero dei consiglieri italiani risulta drasticamente mortificato. La cosa non è indifferente. L’articolo 50 dello Statuto di autonomia stabilisce che “la composizione della Giunta provinciale di Bolzano deve adeguarsi alla consistenza dei gruppi linguistici quali sono rappresentati nel Consiglio della provincia”. Per i prossimi anni gli assessori italiani saranno dunque ridotti da due a uno.
Quali gli scenari possibili? Come è noto c’è un accordo tra Svp e Pd che concerne i vari livelli di governo. La cosa più ovvia è dunque una Giunta Svp-Pd. Avrebbe una maggioranza di 19 consiglieri su 35. Con un po’ di fantasia si potrebbero formulare pure altre ipotesi. Ad esempio un coinvolgimento dei Freiheitlichen. Ma chi sarebbe poi il partner italiano? Il Pd si troverebbe certo in grosse difficoltà. Oppure una chiamata dei Verdi a formare una giunta Svp-Pd-Verdi o addirittura una maggioranza Svp-Verdi. I numeri ci sarebbero, ma resta pur sempre fantapolitica.
Benché indebolita numericamente, la rappresentanza del gruppo italiano esce di fatto rafforzata dal mancato raggiungimento della maggioranza assoluta da parte della Volkspartei. Il peso specifico del Pd (anche se rimarrà in Giunta con un unico assessore) aumenta notevolmente. Non si tratta più di una cooptazione “a titolo etnico”, ma di un’alleanza politica. Un aiuto a Kompatscher, in fondo, nel suo sforzo (obbligato) di abbandonare il pragmatismo durnwalderiano per ridare un’anima e degli obiettivi alla politica e all’autonomia. Con idee di peso, spendibili in Europa e nel mondo.