L’asso nella manica

L’Adige – 11.10.2013

L’asso nella manica della Südtiroler Volkspartei si chiama Arno Kompatscher. Il volto nuovo dell’anomalia altoatesina. Anomalia democratica: perché il presidente della Provincia, anziché uscire dalle urne, è nominato altrove e non ha concorrenti. Ovvero: nessun altro candidato (ricordiamo che in Alto Adige non c’è l’elezione diretta del presidente come in Trentino) ha la benché minima possibilità di diventare Landeshauptmann. Certo, il nome di Kompatscher corrisponde ad una storia ed esce da un iter che ha comportato una serie di consultazioni a livello di base di partito. E, certo, il 27 di ottobre saranno gli elettori a consacrare col loro voto la designazione. Ma tutto ciò, per l’appunto, è democraticamente un po’ anomalo, benché si verifichi in un Paese in cui non si sa bene cosa sia “normale” e nel quale parlare di democrazia matura rimane un azzardo.

In Alto Adige accade anche che il capo della Provincia, che per molti anni è stato identificato tout court con la Provincia stessa e con il partito etnico, arrivato ad una certa età non si ripresenti più alle elezioni. Va invece al congresso (si è celebrato a Merano una decina di giorni fa), tiene un breve discorso di commiato, riceve 3 minuti e 58 secondi di applausi (in Italia si direbbe quattro minuti…) e poi passa la mano. C’è da chiedersi, a questo punto, dove stia l’anomalia politica e democratica, se a Roma o a Bolzano.

Comunque sia, la Volkspartei aveva bisogno di un asso nella manica per più di un motivo. Il primo, se vogliamo, è fisiologico. Il partito è nato nel maggio 1945. Non ha mai cambiato nome né simbolo e la classe dirigente si è susseguita senza grossi traumi e con poche, insignificanti, fratture. Altrove il potere logora, in Alto Adige no. La Svp governa ininterrottamente dagli anni ’40. Anzi, oggi molto più di allora. Se è arrivata in relativa buona salute fino al 2013 è anche perché, di tanto in tanto, ha saputo cambiare registro. Magnago, Durnwalder, Riz, Brugger, Theiner, sono persone che ci hanno messo tutte del loro, come i tanti sindaci e piccoli funzionari locali del partito. In ogni caso la Stella Alpina ora andava svecchiata. Kompatscher rappresenta il nuovo, benché la sua non sia una candidatura di rottura, ma di rinnovamento nella continuità.

Un secondo motivo sono gli scandali legati in particolare alla gestione del patrimonio energetico. Queste vicende sì hanno fatto tremare le gambe alla classe politica altoatesina. Il partito un anno fa era dato in caduta libera (si fa per dire), al 40 per cento dei consensi. Durnwalder, politicamente parlando, non poteva dirsi senza peccato. Serviva, anche per questo, un volto diverso. Ecco Kompatscher.

Un’ulteriore difficoltà, di converso, era rappresentata proprio dall’indiscusso carisma di re Luis. Chi avrebbe potuto raccogliere la sua pesante eredità, senza fare la figura del pivello? Ed ecco ancora Arno Kompatscher. Al congresso di Merano ha dovuto prendere la parola dopo i quattro minuti di applausi tributati al suo predecessore. E ha dimostrato di essere davvero all’altezza. “Perfetto nella lingua e nell’espressione, usa frasi che non solo hanno capo e coda, ma anche dei contenuti”, ha commentato Christoph Franceschini sulla Tageszeitung. “Arno Kompatscher ha dimostrato a Merano di sapersi muovere come pochi altri sul palco del congresso di partito”.

È proprio così. Il giovane sindaco di Fiè è uomo che piace ai mass media, ma sembra anche avere qualcosa da dire. Sul palco del Kursaal di Merano il suo discorso ruota attorno a tre parole (in stile papa Francesco): autonomia, Heimat, insieme.

Il discorso comincia con un occhio all’antipolitica e alle sue cause. Girando di paese in paese, dice, “ho notato che le persone credono che la politica possa risolvere tutti i problemi, anche quelli privati. E questo ha portato a delusioni. La gente è insoddisfatta”. Una critica allo stile di chi lo ha preceduto? Kompatscher rincara la dose quando afferma che “la politica e la pubblica amministrazione non sono dei self service per le lobbies e men che meno per i politici. Dobbiamo impegnarci solo ed esclusivamente per il bene comune”. E ancora: “La pubblica amministrazione non è nemmeno un catalogo dei desideri per i bisogni privati dei cittadini. Non dobbiamo illudere le persone di poter soddisfare subito ogni desiderio”. L’antidoto a questo atteggiamento è l’“assunzione da parte dei cittadini delle proprie responsabilità”. La politica deve limitarsi a “creare le condizioni affinché le persone possano essere artefici del loro futuro, indipendentemente dalla loro provenienza e dalla loro lingua”.

È solo dopo queste premesse (non scontate) che l’erede di Durnwalder passa a parlare dei “tre valori Südtiroler Volkspartei”. La nostra via, dice, è quella sicura dell’autonomia. Non quella di coloro che, in modo disonesto e per motivi elettorali, mettono sullo stesso piano il diritto all’autodeterminazione e quello alla secessione. “Noi vogliamo che tutte le persone che vivono e lavorano qui possano identificarsi con l’autonomia, conoscerla, apprezzarla e difenderla di fronte a Roma”. Seconda parola: la Heimat. È un valore “da coltivare, da legare però all’apertura per il nuovo e ad una Europa delle Heimat”. “Una cosa da fare insieme ai nostri vicini, a nord e a sud”. “Insieme” è appunto la terza parola. Però per Kompatscher non si tratta solo, come da tradizione, di “mettere insieme” (cioè di integrarne gli interessi) lavoratori e datori di lavoro, popolazione urbana e rurale, giovani e anziani, ma anche i gruppi linguistici e poi pure i vecchi e i nuovi altoatesini. “Non è più tempo di creare conflitti artificiosi tra i gruppi”.

Altre le novità proposte dal capolista Svp: più sussidiarietà, meno Giunta e più Consiglio, maggiore lavoro di squadra a tutti i livelli. Ma soprattutto, e qui non sai più se sei in piazza San Pietro, nelle campagne di Assisi o nel salone jugendstil del Kurhaus di Merano, “dobbiamo essere più modesti e più umili. Non ci farà male imparare a gettare lo sguardo al di là dei bordi del nostro piatto”. E così sia.

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