Civis romanus sum

L’Adige – 18.9.2013

I Verdi l’hanno battezzata “cittadinanza veloce” ed Eva Klotz ha chiesto, tramite interrogazione, se si tratti di uno scambio improprio tra Svp e Pd che coinvolge altre questioni come (immancabile) l’accordo sulla toponomastica. Volano parole grosse, si diramano comunicati e smentite.

L’oggetto del contendere è l’insolita situazione della signora Marie Måwe. Cittadina svedese, lavora da oltre sette anni con BLS, la società altoatesina per il marketing territoriale e l’insediamento delle imprese. Innamorata del tedesco e dell’italiano, che parla correntemente, ha trovato in Alto Adige il suo luogo di vita ideale. “Amo questa terra – dice –, è la mia nuova Heimat”. Fin qui tutto bene. Marie Måwe, oltre che culturalmente preparata, è anche da sempre politicamente impegnata. “Ho fondato in Svezia la più grande organizzazione anti-mobbing”, racconta. Nell’anno delle elezioni provinciali, dunque, Arno Kompatscher, il futuro presidente della Provincia, le ha chiesto personalmente di candidare nella lista Svp.

Doppio problema. Il primo: la Volkspartei è per statuto un “partito etnico”. Tradizionalmente esclude dalle sue liste candidati che non siano di lingua tedesca e ladina (o dichiarati tali). Di per sé, dunque, Marie Måwe è il segno dell’abbattimento di un tabu storico, anche se qualcuno si sarebbe aspettato che la porta si aprisse prima ad aspiranti candidati svp di lingua italiana. Ma forse la cosa, in un sistema fondato sulla distinzione tra i tre gruppi linguistici ufficiali, ha anche una sua logica. Perciò l’impensabile è diventato subito possibile. Del resto la proposta era partita direttamente dall’erede al trono provinciale e Marie non ha fatto altro che rispondere: “Naturalmente, volentieri”.

C’era però un secondo ostacolo. Per candidare ad elezioni regionali o politiche è necessario essere cittadini italiani. La Måwe aveva invece la nazionalità svedese. Certo, la cittadinanza italiana si può richiedere, ma la trafila per ottenerla dura anni. L’idea del giovane Arno di aprire, con Marie, la sua lista all’Europa era bella ma statisticamente impossibile. Burocraticamente irrealizzabile.

Invece no. Mentre tutti gli altri richiedenti fanno la fila, aspettano invano una qualche comunicazione dagli uffici preposti, restano nel limbo del residente-ma-non-cittadino, per la signora Måwe il passaporto italiano è arrivato nel giro di poche settimane. Giusto in tempo per presentarsi nella lista Svp.

Poteva un tale miracolo non far discutere? Ovvio che in Alto Adige si è scatenata la bagarre. Eva Klotz, come detto, ad ipotizzare scambi politici sottobanco, i Freiheitlichen a girare il coltello nella piaga, i Verdi a ricordare che “anche da noi c’erano candidati di provenienza extraitaliana la cui cittadinanza non è arrivata in tempo…”

Marie Måwe, da parte sua, assicura che l’unico motivo che l’ha spinta a chiedere il passaporto italiano è poter partecipare alle elezioni provinciali, “impegnarsi politicamente per la sua nuova Haimat”, nella certezza che il suo “punto di vista, attraverso le molte esperienze in altri Paesi, rappresenti un valore aggiunto per la politica sudtirolese”. Altrimenti avrebbe tranquillamente potuto mantenere la cittadinanza svedese che le consente di godere di uno status non molto diverso da quello del cittadino italiano. “Non ho bisogno di un passaporto per condividere valori, per conoscere la lingua, apprezzare la cultura oppure semplicemente per sentirmi a casa in questa terra”.

A chi le chiede se le pare normale che a lei sì e agli altri no, risponde che “naturalmente non è giusto che altri aspettino così a lungo”. E ammette: “Evidentemente lo Stato italiano riesce ad essere più veloce se c’è qualcuno che ci sta dietro e che fa delle telefonate. Anche sul piano umanitario bisognerebbe accelerare la burocrazia e renderla trasparente”. E garantisce: “Se in futuro potrò fare qualcosa” per ovviare a questa situazione, “mi impegnerò per questo”.

Nel frattempo Arno Kompatscher, trovatosi sotto pressione politico-mediatica, ha candidamente ammesso in una nota che sarebbe stata la stessa “signorina Måwe a contattare l’ex parlamentare Brugger, che appartiene alla sua cerchia di conoscenze private, per far sì che l’iter burocratico a Roma si concludesse positivamente nel minor tempo possibile”. In definitiva: io non c’entro, la Svp nemmeno, però la spintarella è stata chiesta, c’è stata ed è servita.

Conoscenze private, telefonate a Roma, “qualcuno che ci sta dietro”… Uno scivolone, una caduta di stile oppure la spia di una realtà ben radicata? Con quale situazione interna ed esterna al partito dovrà confrontarsi il protagonista designato dell’era postdurnwalderiana? Negli ultimi mesi la trasparenza nello stile di governo Svp è stata più volte messa in questione. Dal paternalismo dei vertici governativi allo scandalo SEL, dall’uso dei fondi di rappresentanza a questa ultima forzatura delle procedure burocratiche. La Svp è cambiata? In qualche modo ha assunto (assimilato) i metodi del malcostume romano? Si è, come dire – senza offesa – “italianizzata”? I Verdi dicono che “molti altoatesini credono che purtroppo questo fatto sia segnale che la vecchia prassi secondo la quale ‘tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri’ venga perseguita anche sotto la nuova dirigenza”.

Ora non c’è dubbio che – lo dico da italiano – la burocrazia e la politica in Italia abbiano bisogno di essere meno italiane e più europee. Che questo debba avvenire a suon di raccomandazioni è un inquietante paradosso.

Marie Måwe ha ora in mano un passaporto che scotta. Del resto nemmeno a Paolo di Tarso (che avrebbe potuto vantare santi in paradiso di ben altro calibro) è bastato essere cittadino romano (“Civis romanus sum”) per sfuggire alla decapitazione.

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