L’Adige – 14.9.2013
Non sempre il tempo è galantuomo. Può sanare le ferite, è vero, ma a volte ne conserva una traccia distorta ed altre, troppo spesso, conduce all’oblio. Paralizza la memoria e con questo inibisce la responsabilità. Invece, disse Primo Levi, “sarà bene ricordare a chi non sa, e a chi preferisce dimenticare, che l’olocausto si è esteso anche all’Italia, benché la guerra volgesse ormai alla fine, e benché la massima parte del popolo italiano si sia mostrata immune al veleno razzista”. Per noi in particolare “sarà bene ricordare” che la prima deportazione di ebrei sul territorio nazionale avvenne in questa regione, precisamente a Merano. Esattamente settant’anni fa.
È bene ricordarlo, farne memoria, perché, scrisse ancora Primo Levi, “ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti”.

Potremmo aggiungere: ogni tempo ha i suoi razzismi, le sue intolleranze, i suoi antisemitismi, le sue guerre di civiltà. E i suoi silenzi.
L’ordine di arrestare i cosiddetti Volljuden (persone con entrambi i genitori ebrei) fu inviato dal brigadiere generale delle SS Karl Brunner ai fiduciari di sezione dell’AdO dei distretti altoatesini. L’AdO (Arbeitsgemeinschaft der Optanten für Deutschland) era l’organismo nato a seguito delle Opzioni, evoluzione del Völkischer Kampfring Südtirols e preludio di una strutturazione sociale di stampo nazionalsocialista. Era il 12 settembre 1943. In poche ore scattò la retata che portò all’arresto di tutti gli ebrei rimasti a Merano. Vi parteciparono militari tedeschi dell’SD (Sicherheitsdienst, Servizio di sicurezza), coadiuvati attivamente da persone del luogo, inquadrate ormai ufficialmente nel SOD, il corrispettivo altoatesino del CST (Corpo di sicurezza trentino). A quanto pare questo “lavoro” fu facilitato da una lista di ebrei fornita alla Gestapo dalla polizia italiana, che l’aveva redatta a seguito delle leggi razziali del 1938. Tanto per dare, come amavano ripetere i nazisti, “ad ognuno il suo”.
Paradossalmente furono proprio le leggi razziali a preservare buona parte degli ebrei meranesi dai campo di concentramento. La comunità ebraica ammontava, nei secondi anni Trenta, ad un migliaio di persone. Molte di loro furono costrette ad abbandonare Merano e il territorio nazionale nel 1938, in quanto prive della cittadinanza italiana. Nel 1943 in riva al Passirio erano rimaste alcune decine di ebrei, per lo più anziani. Comunque troppi.
A partire dal 12 settembre, nel giro di poco tempo, caddero nelle mani dei nazisti oltre venti persone. I loro nomi: Lodovico Balog, Geltrude Benjamin, Alfred Bermann, Guglielmo Breuer, Francesca Stern De Salvo con la figlia Elena (di soli sei anni), Jenni Dienstfertig Vogel, Meta Elkan Sarason (Benjamin), Giuseppina Freud Balog, Enrico Gittermann, Maurizio Götz, Abram Hammer, Giuseppe Israel Honig, Walli Knapp Hofmann, Antonia Taube Kurz Hammer, Emilio e Sigfried Löwy, Teresa Reich, Caterina Robitscheck Breuer, Emma Saphier Götz, Ernestina Vogel e Carlotta Zipper. Altri uomini e donne coinvolti successivamente nella deportazione: Regina Gentili, Aldo Castelletti, Giovanna Wolf Gregory, Caterina Rapaport Zadra e Teresa Weiss Bermann, Leopold Götz, Jacob Augapfel, David Apfel, Edvige Tauber.
I prigionieri furono rinchiusi nello scantinato della “Casa del Balilla”, in un’atmosfera soffocante, le finestre sprangate perché non trapelassero le urla. Racconta Federico Steinhaus, a lungo presidente della rinata comunità ebraica meranese: “La signora De Salvo Francesca, moglie di un agente di PS italiano, è arrestata in casa insieme con la bimba Elena, di anni 6, malata, tubercolotica con un polmone solo. La signora invoca clemenza piangendo. I due sgherri della SOD (…) la percuotono e poi chiudono le finestre per soffocare il pianto suo e della piccola. Trovano il modo di rubare parecchia roba e conducono anche le due poverine alla cantina della Casa del Balilla”.
Emma Götz, gravemente malata, fu strappata dal letto. Le sorelle Geltrude e Meta Benjamin quando videro arrivare a casa loro i nazisti, per non cadere vive nelle mani della Gestapo, si avvelenarono. Pur in gravissimo stato furono ugualmente trasportate alla casa della Gioventù italiana del Littorio (GIL). Geltrude Benjamin, moribonda, fu gettata su un biliardo. Alla richiesta di chiamare un medico, racconta ancora Steinhaus, un milite del SOD avrebbe risposto: “Che crepi pure”.
Nel corso dell’occupazione anche i beni della comunità ebraica subirono danneggiamenti o furono saccheggiati: dalla sinagoga vennero asportati oggetti sacri e serramenti, dalla cancelleria della comunità l’arredamento dell’ufficio, mentre parte del muro di cinta del cimitero di Merano fu distrutta.
Le persone arrestate dopo il 12 settembre 1943 furono caricate il giorno 16 su due grosse auto e portate oltre Brennero. Era la prima deportazione di ebrei su territorio italiano (benché a Bolzano, Trento e Belluno fosse stata creata la Zona di operazioni delle Prealpi), di un mese precedente la ancor più tragica deportazione degli ebrei romani. Dei prigionieri alcuni finirono i loro giorni a Reichenau, presso Innsbruck, gli altri proseguirono per Auschwitz il loro viaggio senza ritorno. L’unica a salvarsi della retata meranese fu la baronessa Walli Hofmann. Cittadina del Liechtenstein, di lei si interessarono le autorità consolari svizzere che riuscirono ad impedire che venisse inviata nel campo di sterminio.
Oggi in veri punti della città di Merano, sul marciapiede, davanti alle loro abitazioni, trentatre “pietre d’inciampo” (Stolpersteine) ricordano a uno a uno gli ebrei (e gli altri) deportati. Per leggerne il nome è necessario piegarsi. Bisogna inchinarsi: in segno di (tardivo) rispetto per quelle vite rubate sotto i nostri occhi distratti (e in parte complici).