L’Adige – 21.5.2013
Politicamente parlando la manifestazione di sabato a Merano è il risultato di una politica che viene da molto lontano e si fonda su due pilastri: la divisione etnica e le rivendicazioni continue (laddove la prima è in funzione della seconda). “Più ci divideremo, meglio ci capiremo”, diceva l’assessore Zelger. “Portiamo a casa un fiore dopo l’altro”, spiegava Magnago. Tuttavia, lo si affermava già negli anni ’80, questo tipo di politica può sfuggire di mano, in particolare quando ci si trova in momenti di grave crisi economica. È quello che puntualmente oggi succede.
Ma andiamo con ordine. Gli Schützen altoatesini organizzano per il 18 maggio a Merano la “Giornata dell’indipendenza”, contrassegnata dallo slogan “iatz”, cioè “adesso”. Adesso cosa? Adesso va intrapresa con decisione e coraggio la strada dell’indipendenza, ovvero della secessione. Verso dove? Annessione all’Austria, Stato autonomo, questo compete alla politica, dice il comandante Elmar Thaler (il resto invece no, compete agli Schützen).
Sul piano dei contenuti niente di nuovo, salvo quella maggiore boria che prende alcuni quando l’avversario è per terra, ferito. Fuor di metafora. L’Italia è attanagliata dalla crisi e l’Europa ha altro per la testa? Questo il momento per colpire. “Iatz”! Come ripetono gli oratori che si alternano sul palco di piazza Rena, è l’ora di tirar fuori il coraggio. Perché a sparare contro una Repubblica italiana in stato di paralisi ci vuole coraggio.

Ciò che cambia un po’ è lo stile. Non conferenze, dibattiti, comunicati, pubblicazioni, marce e cartelli monolingui, ma una festa popolare a base di birra, musica e comizi. Mobilitati i cappelli piumati di tutto il Tirolo (Welsch-, Nord-, Est- e Sudtirolo), invitati i rappresentanti di quei popoli minoritari che ambiscono ad una maggiore indipendenza: catalani, baschi, scozzesi, fiamminghi e persino bavaresi. Anche però i rappresentanti del “popolo veneto”, del “Fronte friulano” e del “Territorio libero di Trieste”, tutti a lanciare il loro Los von Rom. Tra i testimonial (oltre ad un gruppo di tibetani) anche l’ex primo ministro del Liechtenstein, Klaus Tschütscher, a dire che uno stato piccolo può benissimo esistere e che nel loro minuscolo principato la pressione fiscale è al 12 per cento e il reddito medio di centomila euro. Si può fare? Per tutta Europa? O almeno per l’Italia? Ma allora Enrico Letta consegni subito al dottor Tschütscher le chiavi di palazzo Chigi.
È davvero quella rappresentata sabato la realtà delle minoranze in Europa e nel mondo? Non sarà che quelli che sfilavano a Merano sono i rappresentanti delle minoranze “forti”, in alcuni casi addirittura di maggioranze numeriche (come i fiamminghi del Belgio e tutti gli altri nei loro territori) e che con le loro velleità indipendentiste stanno allontanando le minoranze davvero svantaggiate da un futuro di autonomia e tutela culturale?
La giornata è stata una vetrina per quei partiti della destra altoatesina che da sempre hanno la cosiddetta autodeterminazione nel proprio programma: Bürgerunion, Freiheitliche, Süd-Tiroler Freiheit. C’erano anche l’ATeam (ultima evoluzione della Lega in Alto Adige) e la Volkspartei, quest’ultima peraltro a perorare la causa dell’Autonomia integrale.
Dopo l’adunata di Merano si sono levate voci preoccupate. È pericoloso quanto sta succedendo? In fondo gli Schützen sono riusciti a portare in riva al Passirio migliaia di persone (loro dicono diecimila, altri cinque o seimila), tra cui molti giovani e molte famiglie. Qualcuno ha riconosciuto, tra gli stand e i gazebo, i “soliti noti” dell’estremismo di destra che nel Meranese ha più di qualche giovane adepto. Di per sé non si può parlare di sdoganamento dell’idea secessionista, dal momento che da decenni la Lega in Italia e le destre nazionaliste in Sudtirolo non parlano d’altro. Secondo il giornalista (ora deputato) Florian Kronbichler però non c’è niente da ridere e giocare a spostare i confini rappresenta un’offesa al patto autonomistico che sta alla base della pace e del benessere dell’Alto Adige, compromettendo la fiducia tra i gruppi linguistici.
È dunque pericoloso quanto sta accadendo? La risposta è sì, quando si vuole rincorrere i nazionalismi sul loro terreno. La risposta è no, se questi eventi (per quanto democratici) rappresentano uno stimolo a correggere la rotta e a consolidare le basi sulle quali, appunto, si fondano la pace e il benessere del Sudtirolo (e del Trentino).
I cosiddetti “partiti italiani” a Merano erano assenti. C’era invece la Svp, a spiegare le buone ragioni della Vollautonomie. Lo faceva in particolare il senatore Karl Zeller. Ma anche qui forse ci vorrebbe più coraggio. Affermazioni come “la chiediamo anche noi l’indipendenza” andrebbero probabilmente lasciate da parte, anche se possono portare qualche voto in più (ma davvero?) e anche se si aggiunge che “noi faremo tutto dentro un quadro costituzionale”. Al gazebo Svp un pannello spiegava che le “possibilità concrete per più libertà e indipendenza” sono rappresentate, oltre che dall’Autonomia integrale, anche dall’autonomia fiscale, da una polizia provinciale, dall’abolizione della Regione, dalla doppia cittadinanza italo-austriaca. Ha senso, per la Volkspartei, rincorrere Klotz e compagni su questo terreno?
Più sobria la posizione del segretario Richard Theiner. “Nonostante l’attuale rapporto teso col governo italiano – si legge sul volantino distribuito al gazebo – per la Südtiroler Volkspartei non c’è alcun motivo, in un momento di crisi, per abbandonare la via dell’Autonomia, che è una via di successo. Piuttosto dobbiamo dimostrare che la grande maggioranza dei/delle sudtirolesi è a favore dell’Autonomia, così da poter portare una voce forte a Roma nel difenderla, rafforzarla e svilupparla”. L’intenzione è lodevole, ma il primo ostacolo la Svp lo incontrerà proprio nella sua storia. Come si diceva in apertura, una politica che si è sempre fondata sulla divisione etnica e sulle continue nuove rivendicazioni ha come conseguenza logica, ora, la richiesta unilaterale di indipendenza. La Volkspartei (in questo può essere determinante un ritrovato rapporto con i Verdi, prendendo spunto da quanto accade al di là del Brennero?) deve cambiare radicalmente registro, sia nei rapporti interni che in quelli “diplomatici” e dire chiaramente, senza ambiguità, qual è la sua scelta di campo. E qui sì che ci vuole del coraggio. Ma bisogna farlo “iatz”.