L’Adige – 4.4.2013
La vicenda politica di Remo Ferretti si pone, sul piano nazionale, nella cosiddetta “prima Repubblica”, fino al suo epilogo all’inizio degli anni ’90. Localmente è invece legata a una delle fasi più delicate della storia dell’Autonomia, quella dell’attuazione del secondo Statuto, che via via si dimostrava di difficile digestione per il gruppo italiano dell’Alto Adige.
Giudicare quell’esperienza con i parametri in uso oggi (quali sono del resto?) ha poco senso. Essa va letta piuttosto nel contesto evolutivo (dinamico, direbbe qualcuno) delle relazioni tra i gruppi linguistici del Sudtirolo dal dopoguerra a oggi.
Il primissimo stadio è quello che vede ancora protagonista Alcide Degasperi. È il percorso irto d’ostacoli che conduce, tra le macerie del dopoguerra e le tragiche conseguenze di due funeste dittature, alla riconciliazione internazionale espressa nella firma dell’accordo di Parigi del 1946. Poi i primi passi di un’Autonomia pensata a tutela delle minoranze, ma gestita a livello regionale.

Con la scomparsa di Degasperi la palla passa ai suoi epigoni. È il momento in cui Trento non molla le competenze che Bolzano invece ambisce. La DC post-degasperiana non si dimostra sufficientemente lungimirante, in relazione al Sudtirolo, e ciò favorisce l’affermarsi di una SVP antagonista, anziché partner nell’Autonomia. Nella fase acuta dello scontro, caratterizzato dalla deriva terroristica, emergono le due anime di una DC che da un lato, soprattutto a Trento, ha radici (anche) nell’Azione cattolica di Flaminio Piccoli, dall’altro, in particolare a Bolzano, ha per protagonisti Alcide Berloffa, Giorgio Pasquali, Armando Bertorelle, quasi tutti provenienti dall’esperienza delle ACLI, tutti scomparsi da poco. Sarà quest’ultimo gruppo, in piena sintonia con Aldo Moro, i primi governi di centrosinistra e, in campo strettamente ecclesiale, col vescovo Joseph Gargitter, ad accompagnare il Pacchetto nel suo non facile percorso fuori dalla palude dei nazionalismi, attraverso la giungla delle bombe e dei veti incrociati, fino al consenso, per quanto risicato, in campo internazionale, nazionale e locale. Essere, in quegli anni, rappresentante del gruppo italiano, avrebbe significato (in termini di voti) immolarsi a un’idea. Il paradosso: apparire fautori personalmente perdenti di un progetto risultato in ultima analisi vincente. Fu, quella, una DC lungimirante, giudicata però remissiva da un’opinione pubblica la cui mancanza di strumenti di giudizio sarebbe sfociata, di lì a poco, nel cosiddetto “disagio degli italiani”.
Ora si trattava di dare attuazione alla normativa concordata. Furono previsti due anni, ce ne vollero venti. È in questa nuova fase che si colloca l’impegno politico e amministrativo di Remo Ferretti. Il contesto: un gruppo italiano in cerca di identità (o timoroso di perdere potere). Non più maggioritario né padrone. Col sentimento di essere “abbandonato” da Roma. Con lo spauracchio di una progressiva, inesorabile scomparsa nell’insignificanza. Non ancora sufficientemente maturo, del resto, per cogliere veramente la realtà altoatesina nella sua complessità. Secondo il neodeputato Florian Kronbichler Ferretti fu “l’italiano sudtirolese capace di ragionare con la testa della Volkspartei. Uno dei pochi. Forse l’unico”. Ferretti dimostrò di avere, in questo periodo, due qualità politicamente rilevanti. La prima è quella, per dirla in parole spicce, di saper battere il pugno sul tavolo. La qual cosa, secondo il modo di vedere di alcuni, è ciò che i politici SVP si aspettano (senza dirlo) da un partner italiano. Infatti come lo ricorda Durnwalder? “E’ stato un uomo tenace nelle trattative e impegnato per il gruppo italiano”. Il nipote, oggi sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, conferma: “Non aveva mai paura di porsi anche in contrasto con gli allora presidenti (prima Magnago e poi Durnwalder) quando era convinto delle sue idee”. Un politico dunque capace di puntare i piedi, di dire no, quasi in antitesi a chi, precedendolo, nel giudizio (errato) dei nazionalisti, avrebbe invece “svenduto l’Alto Adige ai tedeschi”.
Tuttavia ecco qui la seconda caratteristica ferrettiana: fermezza, ma senza indulgere ad un nazionalismo bieco. È ancora Spagnolli a parlare: “Era un leader che aveva grandi visioni e che aveva chiari gli obiettivi della politica”. Secondo l’ex assessore alla sanità altoatesina Otto Saurer, in un’intervista raccolta da Ariane Löbert, Ferretti fu “l’assessore italiano che ha riconciliato gli italiani con l’Autonomia. E ha fatto loro capire che in una terra come il Sudtirolo è importante conoscere anche la lingua tedesca. Fu un rappresentante del proprio gruppo linguistico in grado però di gettare lo sguardo oltre i bordi del piatto, verso l’Europa”. Aggiunge Saurer: “Era una persona positiva. Per lui i problemi esistevano per essere risolti. In questo assomigliava un poco a Luis Durnwalder”. Appunto. Ferretti visse (politicamente parlando) nell’epoca in cui le ideologie, anziché evolvere in principi ideali condivisi, lasciarono piuttosto lo spazio al puro pragmatismo. Che è utile, quando si tratta semplicemente di risolvere problemi, ma non offre prospettive di lungo periodo.
Certamente l’impegno profuso da Ferretti (oggi tutti glielo riconoscono) nel favorire l’apprendimento della seconda lingua da parte degli italiani dell’Alto Adige, va annoverato tra le scelte lungimiranti. Tanto più che molti di quelli che oggi ne glorificano le gesta, a quel tempo diffondevano slogan del tipo “siamo in Italia, si parla italiano”.
Il dopo-Ferretti non ha sempre visto politici altoatesini italiani all’altezza della situazione. Se le cose, per tutti i gruppi, sono evolute in maniera positiva (più di quanto si potesse immaginare) dipende anche da fattori esterni al gruppo italiano. Gli equilibri politici nazionali e internazionali (lo sviluppo dell’Unione Europea in primo luogo), ma pure una diversa mentalità all’interno della SVP, meno fissata alla politica etnica e più attenta a costruire il consenso e anche a valorizzare il plurilinguismo come una risorsa.
L’epoca in cui ha agito il Ferretti politico è ormai entrata nei libri di storia (di storia condivisa, amiamo pensare). Ferretti (secondo quanto ha dichiarato il primo cittadino di Bolzano a Luca Sticcotti) “era una persona intelligente e di buon senso che sapeva stimolare i cervelli delle persone in modo adeguato. Nel bene e nel male, ben inteso. Era un grande produttore di energia: ce ne metteva molta lui e faceva in modo che ce la mettessero anche gli altri, il pregio del leader”. Se questo ha potuto avviare percorsi di pace, allora requiescat in pacem.