Abitare il confine

Proposta educativa – 2/2013

Il confine è quella linea (reale, immaginaria) che divide il mondo tra un dentro e un fuori, tra un di qua e un di là, tra un “noi” e un “loro”. Si può decidere di rintanarsi nel “dentro”, al calduccio, di stare sempre “di qua” e “tra di noi”, al sicuro. Essenzialmente per paura. Per poco coraggio.

Si può anche, d’altra parte, lasciarsi perennemente attrarre da un qualsiasi “fuori”, volersi collocare sempre e comunque altrove, rompere i legami del “noi”, cercando rifugio nella dimensione di una non meglio definita alterità. Ancora una volta sono l’ansia e la paura (di essere ciò che siamo) a portarci a questo atteggiamento, che possiamo definire semplicemente “fuga”.

Ciò che impedisce di trovare un giusto equilibrio tra dentro e fuori e che ci impone di marcare o ignorare il confine è la mancata risposta alla domanda: chi sono io? Una questione che può essere affrontata in modo soddisfacente solo quando la si pone in termini un tantino più complessi. Ovvero: chi sono io in relazione agli altri? Perché ciò che fa dell’individuo (un’astrazione) una persona (una realtà) è l’essere in relazione agli altri. Essere per gli altri (ma anche, in negativo: essere contro gli altri o alcuni altri).

Il confine esiste?

Il confine è nella natura delle cose. Esso corre ad esempio tra ciò che appartiene al mio corpo e ciò che non vi appartiene. Una catena montuosa, pensiamo alle nostre Alpi, rappresenta una frontiera naturale. Da un lato le acque scendono nel bacino del Danubio o del Reno, dall’altro nelle regioni del Po o dell’Adige. Tra due Paesi, che so, tra Germania e Francia, esiste una linea di confine a tutti ben evidente. Anche il mare si distingue nettamente dalla terraferma. Il giorno dalla notte, il passato dal futuro. Chi potrebbe negarlo?

Tutto chiaro dunque?

In realtà le cose stanno anche in modo diverso.

Si sente dire che quando due “io” si incontrano ed entrano in relazione ne scaturisce un “noi”. Quel “noi”, pur non annullando i due “io”, impone un superamento di alcuni aspetti del confine che li divide. Si legge perfino di coloro che “pur essendo molti, sono un solo corpo” (Rm 12,5). C’è qualcosa che da un lato li fa rimanere distinti, dall’altro li rende uno. Da tempi immemorabili si afferma che l’uomo e la donna, lasciate le rispettive famiglie, si “uniscono” (cioè diventano “uno”) in matrimonio e “i due saranno un’unica carne” (Gen 2,24). I “due” sono “uno”. Al di là della matematica, tutti noi, in qualche modo, abbiamo fatto almeno in parte l’esperienza di qualcosa che è al tempo stesso plurale, ma anche uno (il “noi”). Del resto Colui che, da che mondo è mondo, ispira tali pensieri è Egli stesso “uno” e “tre”. Come a voler ribadire: tutti esistiamo solo, come persone, in relazione agli altri.

Anche i monti, benché la loro cresta faccia da spartiacque, si estendono con le loro pendici al di qua e al di là della frontiera. I confini tra Paesi sono talmente “naturali” che nel corso della storia non si contano le guerre condotte per spostarli e tracciarne di nuovi. L’Europa unita è concepita, nel sogno dei padri fondatori, per renderli superflui.

C’è un luogo che non è terraferma né mare e la cui natura cambia a seconda delle maree. Così c’è un punto in cui il giorno non è più giorno e la notte non ancora notte. Oppure: contiene un poco dell’uno e dell’altra. Ed un istante, il presente, che non è passato e nemmeno futuro. Ma racchiude entrambe le dimensioni.

Tracciare confini è necessario e al tempo stesso fuorviante. Aiuta e inibisce la crescita. Il confine è muro e porta. È luogo di incontro o di scontro. È barriera che separa e piazza che mette in comunicazione. Difende dalla paura e la alimenta.

Andare oltre

Il confine non è fatto per essere annullato, ma per essere abitato e (in molti casi, non sempre) superato.

Educare, educarsi, non significa forse porsi via via nuove frontiere da raggiungere e poi superare? Nessuno che voglia crescere davvero si può fermare alla meta conquistata.

La questione è come andare oltre, pur rimanendo pienamente se stessi. In altre parole: cambiare restando però fedeli a ciò che ognuno intimamente è. Una contraddizione solo apparente.

Per farlo sono necessarie due cose. La prima: individuare man mano la nostra identità più autentica. Cioè quelle alcune cose che sono nostre, unicamente nostre, senza le quali non saremmo quello che siamo.

La seconda: farsi consapevoli di quei confini che non possono essere superati. Esistono? Eccome. Ad esempio la dignità umana. Oppure la libertà nostra e delle altre persone. Ma non c’è libertà che giustifichi lo sfruttamento delle persone, la violenza gratuita, i razzismi, l’arroganza politica, la corruzione e così via. Questi sono confini che non è affatto bene superare.

“Andare oltre” ha senso solo quando la chiarezza in merito a quella domanda – “chi sono io e in cosa credo?” – mi permette di uscire dal mio guscio e incontrare, ascoltare l’altro. Identità e dialogo. Dialogo e identità.

Essere sulla soglia

La situazione che aiuta ad apprendere l’arte di “andare oltre” è il porsi sulla soglia. Sulla frontiera. Abitare il confine.

Chiunque voglia educare sul serio, cioè camminare assieme ad altre persone verso la capacità di compiere scelte libere e responsabili, non sta facendo altro che accompagnare queste persone “sulla soglia”.

Chi educa e crede di potersi rintanare nelle proprie certezze, nella propria storia e esperienza particolare, è meglio che cambi mestiere. Chi vuole educare si deve porre “sulla soglia”. Il che non significa stare con un piede dentro e un piede fuori, ma porsi al confine tra sé e l’altro, in ascolto di sé e in ascolto dell’altro. Deve recuperare, se ha la fortuna di averlo, “lo spirito originario di frontiera”. Essere sulla soglia comporta tutti i rischi della libertà (responsabile). Perciò è necessario percorrere “strade di coraggio”.

Chiunque voglia annunciare sul serio una “buona notizia”, non può che vivere anch’egli “sulla soglia”. Altrimenti la sua comunicazione diventa, come si dice, autoreferenziale. Invecchia. Ingrassa. Certo, quella “notizia” va continuamente raccontata anche all’interno della “casa”. Ma perché essa possa essere donata al mondo (Mc 16,15), è necessario che l’annunciatore si ponga come minimo “sulla soglia” (se non addirittura oltre di essa). Altrimenti quelli là fuori non sentiranno affatto, oppure capiranno male. E quelli là dentro continueranno a parlarsi addosso. Al calduccio, chiedendosi come mai nessuno li ascolta più.

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