Piccola rivoluzione

Vita Trentina – 24.3.2013

Innsbruck/Vienna – Era lui stesso uno dei papabili. Ora sarebbe in predicato per una posizione di spicco in Vaticano. Il cardinale Christoph Schönborn però si schermisce e nella conferenza stampa convocata all’indomani dell’elezione di papa Francesco, dice che non vede l’ora di tornare a Vienna e che spera, un domani, di poter “avere la sua tomba nel duomo di S. Stefano”. Non nella Città eterna, insomma. In effetti, confida l’arcivescovo ai giornalisti, a Roma sono necessari e urgenti “lavori di sgombero e ristrutturazione”. Spera che il nuovo pontefice sia in grado di ristabilire la buona fama del Vaticano e si mostra indispettito per quelle “pecore nere” a causa delle quali trapelano indiscrezioni che danneggiano la Chiesa cattolica nel suo complesso. Quanto a papa Bergoglio, il cardinale è certo: “Darà molti segni forti”. Metterà al centro il “vangelo della povertà e della semplicità”, dando in tal modo una diversa prospettiva alla nuova evangelizzazione. Quanto all’Europa e ai Paesi di lingua tedesca, attraverso Francesco ci sarà la possibilità di allargare lo sguardo, “anche perché troppo spesso ci sentiamo il centro del mondo”.

Mentre Schönborn rivela che il nome di Bergoglio fin da subito, a dispetto del “totopapa”, figurava tra quelli cui guardavano con favore i cardinali, il vescovo di Innsbruck Manfred Scheuer si è detto “abbastanza sorpreso” dell’elezione del nuovo pontefice. “Bergoglio è noto come il cardinale dei poveri dallo stile di vita semplice e modesto. Il gesto di farsi benedire prima di dare la benedizione mi ha commosso”. Secondo Scheuer nel prossimo futuro le questioni della povertà, della giustizia e degli effetti della globalizzazione si porranno al centro delle attenzioni della Chiesa.

Altre voci da Innsbruck. Elisabeth Rathgeb, direttrice dell’Ufficio pastorale diocesano, vede “molti segni di speranza: il nuovo papa è un gesuita, cosa che depone a favore di una formazione teologica eccellente e di una spiritualità con i piedi per terra. Si chiama Francesco e in tal modo si dà il programma che ha già vissuto come vescovo di Buenos Aires: vicino agli uomini, vicino ai poveri. Saluta i ‘fratelli e sorelle’ e chiede loro di pregare per lui, prima che egli li possa benedire. Come primo latinoamericano, primo gesuita e primo ‘Francesco’ tra i papi, non sembra aver paura delle novità assolute. Gli tornerà comodo in un tempo in cui, nella Chiesa, abbiamo qualcosa da rinnovare”.

Molto sorpreso anche Jozef Niewiadomski, decano della Facoltà teologica del capoluogo nordtirolese. “L’elezione – dice – è il segno che sta avvenendo una piccola rivoluzione. È un papa che ha vissuto tutta la sua vita in America Latina, finora è stato a Roma solo ‘come ospite’ e non proviene dai circoli della curia. Spero in una riforma della curia che non deve essere solo una disintossicazione, ma un adattamento a nuove forme. Oggi non si può annunciare la fede indipendentemente dai fatti sociali. Questa è la mia speranza. La sua prima apparizione mi ha commosso”.

Evitare la pompa e l’esibizione di determinati paramenti, viaggiare nel pulmino con gli altri cardinali, “sono piccole cose – conclude il cardinale Schönborn – che però ci dicono già molto su chi sia questa persona”.

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