Persone che fanno storia

L’Adige – 21.2.2013

La Bolzano di Claudio Nolet, scomparso alcuni giorni fa, è una città che, malgrado lo spegnersi via via dei suoi protagonisti più anziani, continua ad evolvere proprio sulle solide fondamenta gettate da una generazione che ha creduto nella forza creatrice della cultura, della comunicazione, del dialogo aperto tra visioni diverse. Man mano che questa generazione se ne va, perché l’esistenza di ogni uomo ha pur sempre i suoi limiti fisiologici, emerge con maggiore chiarezza l’eredità che essa lascia dietro di sé e che fa non solo del capoluogo ma dell’intera provincia una realtà capace di divincolarsi dai lacci della paura, dei protagonismi, dei veti incrociati, degli etnocentrismi.

Un mese fa a partire era stato Giuseppe Negri. Tra i propulsori del Teatro Stabile di Bolzano (fin dai tempi di Fantasio Piccoli), pure lui uomo di scuola, con Nolet e molti altri aveva creato e a lungo coltivato la rivista Il Cristallo. La pubblicazione nacque nel 1959 per iniziativa del “Centro di cultura dell’Alto Adige”, fondato nel marzo 1956 per iniziativa di alcuni professori e presidi della città i quali, spiegò lo stesso Negri (intervistato alcuni anni fa da Gianfranco Benincasa), “hanno ritenuto che  per il gruppo linguistico italiano sarebbe stato utile avere un centro di cultura, che tenesse aggiornati i cittadini su quello che era l’evolversi della cultura nel resto d’Italia, per non restare isolati, così, in questo ‘hortus conclusus’, che era l’Alto Adige”. Un canale di comunicazione interno ad una terra complessa e teso al tempo stesso a creare rapporti col resto del Paese. Convegni, collaborazioni, occasioni di incontro dettero modo di ospitare nel capoluogo altoatesino personaggi di varia estrazione, i quali partecipavano volentieri poiché, osservava Negri con un po’ di rammarico, “come sempre accade, i forestieri che vengono a Bolzano ammirano la città molto di più di quanto i bolzanini non ammirino se stessi”.

Il Cristallo costrinse gli esponenti della cultura bolzanina ad interrogarsi sul loro essere “qui ed ora”. Il “qui”, nella seconda metà del ‘900, significava prendere atto della fisionomia di una regione particolare, inserita in un contesto europeo e mondiale. L’arte come strumento di comunicazione in grado di superare le frontiere (pensiamo anche alla musica e, tra tutti, all’opera di Andrea Mascagni) fu l’ambito di collaborazione affidato ad un altro grande scomparso, Pier Luigi Siena. Nella rivista Siena curò la sezione Note d’arte che, malgrado la ristrettezza degli spazi, apriva ai principali eventi artistici nazionali e internazionali. Un impegno, quello di Siena, che si concretizzò poi nella direzione del Museion, il museo d’arte moderna e contemporanea di Bolzano, fondato nel 1985. Il “qui” della cultura si è manifestato infatti anche nella creazione di luoghi fisici: i musei, le biblioteche, i teatri, infine l’Università. Tutte cose che emergono dalle pagine del Cristallo e che a tutt’oggi non sono affatto cattedrali nel deserto di un’autonomia formale, ma opere vive, stimoli al cambiamento. Al cambiamento della loro stessa fisionomia, ma anche al cambiamento, al ripensamento nella gestione di un territorio che nei passati decenni ha saputo, sia pure a fatica, crescere.

“Qui ed ora”. “Ora” significa “nel tempo presente”, con un occhio al passato e con lo slancio al futuro. Proprio Claudio Nolet, sulle pagine del “Cristallo”, ha narrato via via le vicende della Provincia difficile (con questo titolo gli interventi di Nolet sono stati raccolti in tre volumi, gli ultimi due editi da Raetia). Lo stile è quello di mettere in relazione “qui” ed “ora”. Brevi saggi, spiegava Negri, “sugli avvenimenti politici ed economici dell’Alto Adige, correlati con quello che succedeva in Italia e in tutto il mondo. Per rifare la storia recente dell’Alto Adige non si può prescindere quanto meno dalla consultazione degli articoli di Nolet”.

Se si legge il primo di questi pezzi, che narra a partire dal settembre 1961, non si può non rimanere stupefatti per un’analisi che, pur fatta a caldo, arriva alle stesse conclusioni alle quali, mezzo secolo dopo, giungono (tra un certo clamore) storici del calibro di Rolf Steininger. “La nostra breve cronaca – scriveva Nolet – dimostrerà a sufficienza, attraverso il semplice resoconto dei fatti, come il ricorso alla violenza abbia ritardato anziché favorito la soluzione della controversia tra Roma e Vienna, tra Bolzano e Roma, sulla questione dell’autonomia”.

Nolet è in certo qual modo l’anello di congiunzione tra politica e cultura. Tra il “qui” e l’“ora”. Tra la necessità di produrre cambiamenti e la volontà di farlo. Il sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, lo ha ricordato “per l’impegno come insegnante e come preside del liceo Classico Carducci” e “per il suo ruolo di  assessore comunale alla cultura che ha legato il suo mandato in particolare alla realizzazione del nuovo Teatro Comunale. Anche grazie a lui, la città di Bolzano ha il suo teatro civico”. Pure la “riscoperta” del lager di via Resia come luogo della memoria si deve in buona parte a lui.

Va ora ricordato che mentre i personaggi citati (ma la lista è decisamente e fortunatamente più lunga) lavoravano alla costruzione di un Sudtirolo “casa comune”, con particolare attenzione al gruppo di lingua italiana e alla sua necessità di essere coprotagonista della storia di questa terra, altrettanti percorrevano la strada dei nazionalismi, dei populismi, delle divisioni, del fomentare il disagio anziché ricercare motivi autentici di radicamento rispettosi dei diritti di tutti. La storia ha dato loro torto (ma occorre pur sempre restare vigilanti).

Coglie pienamente nel segno l’assessore Tommasini nel dire che “il nostro territorio ha visto fiorire in passato molte figure intellettuali nella comunità di lingua italiana, che pur provenendo da mondi molto diversi – pensiamo al da poco scomparso Giuseppe Negri, a Luigi Serravalli, a Piero Siena, ad Andrea Mascagni, a don Alfredo Canal – hanno saputo parlarsi, dialogare, anche litigare, ma portando tutte il loro contributo alla crescita della comunità locale. Quello di Nolet è stato un pensiero laico, progressista, critico, anche spigoloso, ma un ‘sale’ che ha arricchito tale comunità”.

Se oggi il Sudtirolo è una provincia un po’ meno “difficile” e un po’ più “complessa” ed europea, lo si deve a chi non si è lasciato fiaccare dalle difficoltà e si è speso nella prospettiva di un futuro plurale.

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