L’Adige – 3.2.2013
Noi altoatesini soffriamo (si fa per dire) della “sindrome di Asterix”. Ci sentiamo i difensori dell’unico lembo di territorio rimasto immune dall’invadenza dei (“pazzi”, SPQR) romani. I romani sono quelli proprio di Roma, però anche quelli di Bruxelles o di altrove, a seconda delle circostanze.
Ma procediamo con ordine. Di patria, Heimat, confini, storia e storie si è tornato a parlare in questi giorni, dopo il solenne avvio delle celebrazioni dei 650 anni del Tirolo austriaco. Nella fattispecie si ricorda come alla fine di gennaio del lontano (ma quanto?) 1363, l’ultima contessa del Tirolo, Margherita detta “Maultasch”, rimasta sola per la morte del secondo marito Lodovico di Brandeburgo e del figlioletto Mainardo III, consegnò il Tirolo nelle mani della Casa d’Austria, precisamente in quelle di Rodolfo IV. Di generazione in generazione la Terra tra i Monti seguì le sorti degli altri possedimenti degli Asburgo, fino alla costituzione dell’Impero, alla caduta dello stesso, per poi intraprendere, la parte settentrionale e quella meridionale, strade diverse a seguito della Prima guerra mondiale.

Ogni anniversario offre occasioni, a chi vuole, per rileggere il presente alla luce del passato. Questa ricorrenza dei 650 anni del legame del Tirolo con l’Austria – benché si tratti di situazioni completamente differenti – fa pensare un po’ ad un altro anniversario, quello celebrato nel 2011, per i 150 anni dell’unità d’Italia. Il terreno comune tra i due anniversari sono per l’appunto il Trentino e il Sudtirolo (alias villaggio di Asterix).
Nel 2011 Luis Durnwalder spiegò la sua decisione di non partecipare ai festeggiamenti romani (SPQR…) poiché “nel 1861 la nostra terra non faceva parte dell’Italia e nel 1919 l’Alto Adige è stato annesso contro la volontà dei suoi abitanti”. Chiariva: “Se i tre gruppi linguistici fossero della stessa opinione, non avrei difficoltà a rappresentarli”. “I sudtirolesi tedeschi e ladini – aggiunse – si sentono parte di una minoranza austriaca, e se non si sentissero tali, non sarebbero più una minoranza”. Quindi “devono” sentirsi minoranza? E se sono minoranza proprio in relazione allo Stato italiano, non è questo – l’essere minoranza – una forma di appartenenza allo Stato in questione? Comunque sia, la cosa provocò una tirata d’orecchi istituzionale (Napolitano: “Il Presidente della provincia di Bolzano non può parlare a nome di una pretesa ‘minoranza austriaca’ dimenticando di rappresentare anche le popolazioni di lingua italiana e ladina, e soprattutto che la stessa popolazione di lingua tedesca è italiana e tale si sente nella sua larga maggioranza…”) e un’ondata di sdegno per lo più contrassegnata dalla cronica ignoranza della questione altoatesina da parte dei connazionali delle “vecchie province”.
Ad Innsbruck, per il 650 anni tirolesi, Durnwalder c’era (non si sa se in rappresentanza, questa volta, di tutti i gruppi). C’era anche Alberto Pacher, benché il Trentino, nel 1363, fosse ancora sottomesso alla sovranità dei principi vescovi, piuttosto che a quella dei conti del Tirolo. Pacher era a Innsbruck perché “oggi è necessario avere coscienza della storia e delle peculiarità che ci uniscono, nel doveroso rispetto delle specificità dell’altro, premessa indispensabile per creare un’unità territoriale significativa e stabile che può assurgere a modello per l’Europa intera”.
Si diceva che noi sudtirolesi abbiamo la sindrome di Asterix. I più non lo sanno, così Durnwalder, nel suo breve indirizzo di saluto sulla Tiroler Landeszeitung, lo ha voluto esplicitare: “Conoscete Asterix? ‘…tutta la Gallia è occupata da Roma. Tutta la Gallia? No…’ Così capita a noi sudtirolesi quando sentiamo che ‘il Tirolo appartiene all’Austria da 650 anni’. Tutto il Tirolo? No…”
Davvero per godere dei benefici dell’autonomia abbiamo bisogno di sentirci una minoranza, assediata da una potenza imperialista? Forse no, dai. Ciò comporterebbe altrimenti un rafforzamento dei confini, anziché un renderli meno percettibili, come lo stesso Durnwalder ha auspicato nel suo intervento alla Hofburg.
Di alto profilo ad Innsbruck l’intervento del Presidente della Repubblica Heinz Fischer, che ha ripercorso la storia del Tirolo nelle sue luci (gli slanci libertari) e nelle sue ombre (la chiusura ai cambiamenti e alle libertà altrui). Ha sorpreso non poco la sua scelta di citare tra le personalità “di straordinaria importanza” del Tirolo storico niente meno che Cesare Battisti (“si impegnò per migliorare la situazione dei lavoratori”, “fu eletto alla dieta regionale e nel Parlamento”, “si arruolò volontario nell’esercito italiano”, “fu giustiziato come alto traditore dopo un processo davvero breve”) e Alcide Degasperi, uno dei “motori dell’integrazione europea” il quale assieme ad altri tirolesi (Magnago, Wallnöfer e successori) ha posto le basi per lo sviluppo di una regione transfrontaliera che conferisce al Tirolo di oggi importanza europea.
“L’Europa è un progetto di pace”, aveva affermato con vigore lo stesso Fischer, giunto a Merano, lo scorso 5 settembre, assieme a Giorgio Napolitano.
L’Europa: qualcosa di più ambizioso, insomma, del villaggetto di Asterix.