L’Adige – 12.1.2013
Ecco la novità. Si chiama Francesco Palermo. Ma al di là della persona è lo scenario complessivo che sta cambiando (o che è già cambiato). In una direzione che fa ben sperare per il futuro dell’Alto Adige, della Regione, del Paese e dell’Europa. Palermo, giurista la cui competenza va oltre i confini provinciali e nazionali, è stato scelto come candidato comune di Pd e Svp (con l’appoggio di Verdi, Sel e montiani) nel collegio senatoriale della Bassa Atesina che fu, a lungo, di Oskar Peterlini (anch’egli eletto a suo tempo col concorso del centrosinistra). La piccola rivoluzione consiste nel fatto che l’elettorato di lingua tedesca sarà chiamato a dare il voto ad una persona che non è espressione diretta della Svp. Per dirla tutta: a un italiano. È vero che si tratta di persona preparata, di un autonomista convinto (per quanto sui generis) e di un ottimo conoscitore della lingua tedesca. È vero pure che già in passato l’elettorato svp fu convogliato sul candidato sindaco pd di Bolzano. Ma lì si trattava del primo cittadino di una località a grande maggioranza italofona. Ora invece si parla niente meno che del Senato. Le resistenze infatti, fino all’ultimo, non sono mancate. Poi ha dovuto prevalere il buon senso, che si fonda su due ragioni troppo evidenti: dopo che per tre legislature la Svp ha incassato, in Bassa Atesina, l’appoggio del centrosinistra, ora è il momento di ricambiare; soprattutto ha pesato l’accordo firmato a Roma tra Pd e Volkspartei, in base al quale si vorrà lavorare, dopo il voto, allo sviluppo dell’autonomia.

Tuttavia è certo che questa scelta, solo fino a poco tempo fa, non avrebbe potuto aver luogo. Per decenni il partito di raccolta ha costruito il suo consenso sul dogma della compattezza etnica e su parole d’ordine di carattere nazionalistico. Di fatto sul rimpianto di un’età dell’oro (mai esistita) in cui il Sudtirolo sarebbe stato una terra a vocazione monoetnica, un idillio scardinato solo dalla Grande Guerra e dal suo tragico epilogo. In realtà l’antico Tirolo fu sempre, a suo modo, una regione plurilingue, ma di ciò era meglio non parlare, perché questa scomoda verità avrebbe minato l’ideologia su cui si era fondata tutta la lotta politica.
Oggi invece si scopre che la carta vincente del Sudtirolo è proprio il suo carattere multiculturale. Di fronte al presidente Napolitano, lo scorso 5 settembre a Merano, Luis Durnwalder lo ha detto chiaramente: l’Alto Adige ha una “vocazione plurietnica”. L’avesse affermato solo pochi anni fa, avrebbe seriamente ipotecato la sua carriera politica. Ha aggiunto che “l’autonomia funziona bene perché in questi anni tedeschi, italiani e ladini hanno imparato a conoscersi meglio. I gruppi linguistici sono passati dall’originario ‘gegeneinander’, l’uno contro l’altro, al ‘nebeneinander’, l’uno accanto all’altro, al ‘miteinander’, l’uno con l’altro. E la speranza è di raggiungere presto il ‘füreinander’, l’uno per l’altro”. Et voilà.
Altri segnali in tal senso. Nell’introdurre l’opuscolo “Piacere Alto Adige”, di recentissima pubblicazione, lo stesso Durnwalder si meraviglia che “la vera particolarità dell’Alto Adige, la convivenza pacifica di tre gruppi linguistici in una provincia relativamente piccola, non viene citata così spesso”. E spiega che l’equilibrio raggiunto “tra gli altoatesini di lingua italiana, tedesca e ladina ha reso possibile lo sviluppo e il benessere socioeconomico”. Il libercolo spiega che “la convivenza tra gruppi linguistici diversi in uno stesso sistema politico funziona solo se le esigenze di tutti i gruppi vengono rispettate e considerate in un rapporto equilibrato tra loro” e che “la convivenza in Alto Adige poggia su un sistema giuridico complesso ma preciso, in cui si intrecciano rotazione delle funzioni, presenza paritetica negli organismi e rappresentanza proporzionale di tutti i gruppi linguistici”. Uno dei capisaldi sarebbe addirittura questo: “Bilinguismo negli uffici e nei servizi pubblici, nomi bilingui e trilingui nelle indicazioni geografiche” (la qual cosa, a conferma del fatto che ci troviamo nel corso di un processo, fa decisamente a pugni con gli sforzi per introdurre un parziale monolinguismo nella toponomastica).
Ma non si esprime in questi termini solo il Presidente. Secondo Karl Zeller (dichiarazione di ieri) “per la prima volta tutti e tre i gruppi linguistici lavorano insieme all’autonomia” e il momento è quanto mai opportuno per raggiungere “maggiore indipendenza” assieme a “maggiore responsabilità”, inaugurando “una nuova era per un Alto Adige moderno ed europeo”.
Siegfried Brugger, nel fare strada a Palermo come candidato comune Pd-Svp, ha dichiarato al Dolomiten che “proprio là, dove dovremmo dimostrare che l’autonomia è per il bene di tutti, dovremmo trovare candidati comuni”. E che la sua idea di Alto Adige è la seguente: “Un Sudtirolo aperto. Un Sudtirolo… in cui il fatto che convivano diversi gruppi linguistici è una vera ricchezza”.
La rivoluzione è proprio questa: ciò che per decenni è stato ritenuto una maledizione, oggi è considerato (finalmente) una ricchezza. Ciò che era un problema, oggi diviene una risorsa.
Possiamo dunque andare a nanna tranquilli, certi che tutto si è ormai sistemato e che i protagonisti della storia “vivranno felici e contenti”? Ma nient’affatto. Le contraddizioni permangono e non c’è dubbio che il presente accordo tra Bersani e Theiner (come tutti gli accordi) si fonda principalmente sulla convenienza. Inoltre non si può far finta di non vedere come qualcuno sia intenzionato a raccogliere l’eredità di decenni di pensiero etnocentrico, cosa che non consente proprio di abbassare la guardia. Si tratta, in campo partitico, delle destre di lingua tedesca. Secondo Christian Trafoier, candidato dei Freiheitlichen, la Svp, rinunciando a presentare il proprio simbolo, ha smarrito la “voce del popolo”. Per Eva Klotz (Südtiroler Freiheit) la candidatura di Palermo indica che è cominciata “la svendita totale del Sudtirolo e dei principi della Svp”. Per Dietmar Zwerger, della direzione della Bürgerunion, si è trattato di “autentica politica italiana”, ovvero di un mercato delle vacche. Moderatamente critico anche ciò che resta della destra italiana.
Consensi e speranze invece tutt’intorno. Francesco Palermo, del resto, non è solo competente in quanto studioso della Costituzione, delle istituzioni, delle autonomie e del federalismo, ma sarà certamente in grado di proporre una concezione di autonomia che si ponga in una relazione positiva col contesto regionale, nazionale ed europeo. Autonomia provinciale ma senza provincialismi. Tutela delle minoranze, compartecipazione ed equilibrio tra i gruppi, ma senza etnocentrismi. Un messaggio assai utile anche al resto del Paese.