Peso specifico

L’Adige – 6.1.2013

La nuova fase dell’autonomia (il “terzo statuto”) di cui tanto si parla non potrà sussistere se non sulla base di un rapporto equilibrato, per quanto dialettico, tra le componenti sociali, culturali, linguistiche della provincia di Bolzano e di questa col Trentino. Un rapporto equo e dinamico. Non un equilibrio statico e immutabile. Non fughe in avanti che servono ad una sola provincia, ad un solo gruppo, ad un solo partito. È sufficientemente chiaro tutto ciò alla classe dirigente del gruppo italiano dell’Alto Adige?

Benché le primarie del Pd per le candidature al Parlamento non abbiano suscitato eccessivi entusiasmi nell’elettorato (tanto più che il capolista sarà probabilmente nominato da Roma), la stagione che si presenta potrebbe dare al centrosinistra altoatesino quella voce in capitolo che ha sempre faticato ad avere sul serio, costretto da sempre in un ruolo subalterno dall’onnipotente Svp.

La situazione è davvero nuova. Prendiamo la destra. Per decenni, a cominciare dagli anni Ottanta del secolo passato, è stato proprio il cosiddetto “voto di protesta” dato al Msi prima, poi ad An e infine al centrodestra nazionale (e ad Unitalia) a togliere ai partner di giunta della Svp (gli eredi di Dc, Psi, Pri, Pci) quella rappresentatività che in una democrazia, ahimè, solo la sufficienza dei numeri può conferire. Nell’intento dichiarato di dare voce al suo disagio, la destra ha di fatto indebolito per molti anni il gruppo italiano, i cui rappresentanti hanno potuto dunque operare all’interno della loro piccola riserva indiana solo grazie al pragmatismo di Durnwalder. Ma ora guarda, il centrodestra altoatesino perde consensi e si presenta al massimo della disintegrazione. In Consiglio provinciale uno sta con Berlusconi, uno con Fini, uno con Storace, un quarto è in Unitalia. Al di fuori una tifa Pdl, un altro sta con La Russa e i Fratelli d’Italia. Una situazione che potrà riportare voti al nuovo/vecchio centro e al centrosinistra.

Il centro “italiano” (in particolare le liste civiche) guarda ora a Dellai e all’Agenda Monti, in vista delle elezioni politiche. Dopo di che si vedrà cosa potrà fare sul piano provinciale e comunale. La situazione è fluida.

I Verdi, al momento, sembrano interessati ad intercettare i voti in uscita dal partito di raccolta, non si fanno coinvolgere nel movimento dello sconosciuto (in Sudtirolo) Ingroia, ma stringono accordi con Sel. Ulteriori variabili sono rappresentate dalla Lega, dal movimento di Grillo e dalle nuove liste così come esse emergono in campo nazionale.

Ma ciò che potrebbe far aumentare sensibilmente il peso specifico del Pd e del gruppo italiano in provincia di Bolzano sono gli sviluppi numerici del consenso dato alla Volkspartei. C’è chi è disposto a scommettere “una buona bottiglia di Blauburgunder Riserva che la SVP nell’autunno del 2013 finirà tra il 40 ed il 42 per cento, nonostante tutti gli sforzi che sta attualmente compiendo”. Di fronte ad un simile scenario il partner di giunta vedrebbe improvvisamente (e gratuitamente) aumentata la propria forza contrattuale. Il suo voto diventa determinante. Già così accade nelle amministrazioni comunali in cui la Svp non ha la maggioranza assoluta. I rappresentanti del centrosinistra godono lì di maggiore “considerazione e rispetto” che non ad esempio nella Giunta provinciale, dove qualsiasi provvedimento è approvato con o senza il voto degli “assessori italiani”.

Ora, naturalmente, non si tratta di cominciare a fare i preziosi e a far valere il proprio peso in modo velatamente ricattatorio. Si tratta invece di giocare bene le proprie carte nell’ottica del bene comune. Infatti in una realtà plurilingue come l’Alto Adige è un bene (per tutti) che ogni gruppo possa contribuire realmente (e non solo formalmente come spesso avviene) a determinare le scelte che riguardano la comunità.

La Volkspartei ha già capito tutto e gioca d’anticipo. L’accordo politico-elettorale sottoscritto in questi giorni (nota bene: a Roma!) in vista delle imminenti elezioni politiche (ma in prospettiva rivolto anche a provinciali ed europee) è un ibrido. Appartiene per molti versi alla stagione del “do ut des”, ma al tempo stesso vorrebbe rappresentare un passo che, abbandonando il pragmatismo utilitaristico degli ultimi decenni, si muova verso una visione politica del futuro di questa terra (“Prospetta il futuro dell’autonomia e ne pianifica il terzo statuto”, dice Bressa). Appartiene al “do ut des” là dove di fatto propone uno scambio: fiducia al nuovo probabile governo di centrosinistra in cambio di nuove competenze e dello sviluppo dell’autonomia. In tal senso la cosa è un po’ miope. In primo luogo in questo momento è la Svp ad aver bisogno dell’accordo col Pd, perché altrimenti rischia di non entrare nemmeno in Parlamento. Quindi ha poco da chiedere. In secondo luogo lo sviluppo dell’autonomia ancora una volta (nello scambio appunto) è presentato come un interesse della Svp, anziché di tutta la popolazione altoatesina e regionale. Tanto più che si dichiara l’intenzione di ritirare, una volta al governo, il ricorso sulla legge per la toponomastica. Ma non sarebbe meglio lasciare che la Corte Costituzionale si esprimesse in modo da fornire una interpretazione autorevole e definitiva della questione? Proprio questo aspetto (assieme allo scarso coinvolgimento del Pd in sede locale) tradisce il permanere di un complesso di inferiorità da parte del centrosinistra altoatesino nei confronti del partito di raccolta, che a lungo andare non farà bene agli uni né agli altri.

I matrimoni che non si fondano sulla convinzione della pari dignità, valgono poco. Quelli imposti dall’esterno durano forse di più, ma sono infelici. Quelli che nascono dal reciproco ascolto, quelli dove ognuno è preso sul serio, danno certamente i frutti migliori.

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