Meno etnia e più autonomia

L’Adige – 5.12.2012

“Restate uniti, restate compatti, altrimenti perdiamo credibilità”. A lanciare l’appello sono i giovani della Südtiroler Volkspartei, scandalizzati dalla vicenda Sel (la questione delle concessioni per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica), ma soprattutto disorientati per le beghe interne, “giochetti”, dicono, “che fanno perdere ai giovani altoatesini la fiducia e l’interesse per la politica”. “Come possiamo – chiedono – continuare ad impegnarci per i giovani del Sudtirolo, se c’è sempre qualcuno che accende fuochi e che induce i giornali ai titoli negativi che trovano poi grande risonanza nell’opinione pubblica?”

Proprio mentre si celebrano i quarant’anni della seconda autonomia e i vent’anni della chiusura della vertenza di fronte alle Nazioni Unite, la Svp, protagonista indiscussa di quei traguardi raggiunti, sente che il terreno sotto i piedi viene progressivamente meno. Che la casa di cui il partito di raccolta custodisce gelosamente le chiavi sia stata costruita, almeno in parte, sulla sabbia, anziché sulla solida roccia?

Spesso, nel corso della storia dell’autonomia, il partito di maggioranza ha saputo evolvere, restando al passo con i tempi. Merito, quasi sempre, della classe dirigente Svp da un lato e dei suoi interlocutori (locali, nazionali e internazionali) dall’altro. Merito soprattutto dell’ala moderata, dell’anima meno ideologica che di volta in volta si è incarnata negli Ebner e negli Amonn, nei Magnago e nei Riz, i quali hanno trovato interlocutori attenti (o interessati) nei Degasperi, nei Moro, nei Berloffa, negli Andreotti, nei Prodi o nei Napolitano. È da questo mix che nasce, nel bene, l’oggi autonomistico. Il primo errore di prospettiva sarebbe misconoscere che il Sudtirolo-che-esiste è concepibile solo in un contesto (storico e politico) al tempo stesso nazionale, internazionale (nella relazione tra Italia e Austria in particolare) ed europeo (quell’Europa “progetto di pace” di cui ha parlato il presidente austriaco Fischer a Merano lo scorso 5 settembre).

Alle orecchie della Svp negli ultimi mesi hanno suonato alcuni campanelli d’allarme. Il primo si chiama “Sel” ed è il risvolto aberrante della “sindrome da ombelico del mondo” che può colpire in situazioni ad alta autoreferenzialità. Si è visto altrove che qualcuno facesse carte false per un interesse personale. Altri possono aver imbrogliato “per il bene del partito”. Ma non si era mai sentito che si potessero manipolare delle gare “per favorire la Provincia”. L’identificazione di partito, autonomia, Provincia e bene comune arriva al punto di sovvertire, in tutta buona fede, l’etica politica. È segno che l’Alto Adige deve sollevare lo sguardo dal proprio ombelico, e non solo in direzione di Vienna.

Un secondo campanello è quello della toponomastica (“una guerra inutile”, secondo la Wirtschaftszeitung). La Svp qui inciampa nientemeno che nello Statuto. Ciò indica che non si è ancora compiuto il passaggio che porta dalla (doverosa) tutela delle minoranze all’autonomia vera e propria, che ha come fine la convivenza di tutti i gruppi in una casa comune. Prevale ancora l’atteggiamento etnocentrico (connaturato ad un partito etnico?) teso a mostrare chi, in definitiva, è e vuole rimanere il padrone di casa. Ma è un modo di pensare che porta acqua al mulino di altre forze politiche e che allontana dall’Europa.

La questione dei nomi e le reazioni stupite e stizzite, dopo il ricorso del governo, pongono un interrogativo: che sia finita l’epoca dei mercanteggiamenti con Roma in cerca di consenso e Bolzano a caccia di “maggiore autonomia”? Altri, questo modus operandi, lo chiamano pragmatismo. Ma quando l’azione pragmatica comporta l’assenza sistematica della politica, prima o poi anche i cittadini percepiscono un senso di vuoto. E questo vuoto viene riempito da altri.

Terzo campanello, infatti: un sondaggio pubblicato dalla Tageszeitung dà la Svp al 40,6 per cento. Per la prima volta il partito perderebbe in Consiglio provinciale la maggioranza assoluta anche in termini di seggi. Questo obbligherebbe a scelte politiche e ad alleanze un po’ più convinte. Già ora, proprio in questi giorni, il segretario Theiner annuncia che è finita l’epoca della “Blockfreiheit”. Adesso, dice, se si vuole contare, bisogna avere un partner fisso a livello nazionale. Probabilmente, dice l’Obmann, sarà il Centrosinistra. Al momento si tratta ancora di ragionamenti dai marcati tratti utilitaristici (“i governi di centrosinistra hanno una maggiore sensibilità autonomistica”). Non è ancora la posizione responsabile di chi dice: vogliamo mettere ciò che siamo al servizio del bene comune, a livello nazionale ed europeo.

Ma il partito di raccolta intende prevenire un tracollo elettorale anche con altre iniziative. La prima è la nuova linea di prodotti di marca “Edelweiss”: oggettistica varia (cappellini, borse, taccuini, tazze) acquistabile on-line in un apposito “Edelweiss-Shop”. Originale, ma forse politicamente debole. La seconda è il ricorso alle primarie che si terranno, con varie modalità e a vari livelli a partire da gennaio, per individuare i prossimi candidati al Parlamento e poi, per l’autunno, il successore di Durnwalder.

I partiti dell’opposizione di lingua tedesca, di tutto questo, ridacchiano e appiccano fuocherelli. I giovani Svp chiedono “più morale e più valori”. Il vecchio Roland Riz si aspetta un rinnovamento e che il partito non si faccia dettare la linea da coloro che, nel 1992, erano contro la chiusura della vertenza. E poi c’è la crisi: quella economica e quella della politica in genere. Un bel pasticcio. Se ne esce? Probabilmente sì: con meno arroganza, meno pragmatismo, più politica, più Europa. Meno nazione e più partecipazione. Meno etnia e più autonomia.

Lascia un commento