L’Adige – 24.11.2012
Il Governo, nell’impugnare di fronte alla Corte costituzionale la legge provinciale sulla toponomastica, approvata nel settembre scorso, propone un ragionamento molto semplice, che potremmo sintetizzare più o meno così: prima di fare una legge, è meglio conoscere bene lo Statuto e l’Accordo di Parigi. La qual cosa suona naturalmente come un insulto agli orecchi di chi è cresciuto, e a volte ingrassato (politicamente parlando), a pane e autonomia.
Breve riassunto. Dopo decenni di discussione (per lo più strumentale) sulla necessità di rivedere la normativa relativa ai nomi di luogo, finalmente due mesi fa il Consiglio provinciale di Bolzano approva una legge intitolata “Istituzione del repertorio toponomastico provinciale e della consulta cartografica provinciale”. Si tratta di un progetto della Svp, parzialmente emendato dal Pd, infine approvato con i voti della maggioranza di Giunta, che considera la cosa un buon compromesso.

In sostanza si istituisce un “repertorio toponomastico” in cui ogni nome è registrato in quanto localmente in uso (“a livello di comunità comprensoriale”) in ciascuna delle tre lingue provinciali. Viene creato un “Comitato cartografico”, composto di sei esperti, due per ogni gruppo linguistico, che dovrà deliberare su ogni nome a maggioranza assoluta. Si stabilisce dunque che i nomi godranno di ufficialità in quanto effettivamente usati e si affida la verifica di tale uso ai comprensori e l’ultima parola al suddetto comitato.
Allo scadere dei due mesi di rito, il Governo impugna la legge, in quanto la Provincia avrebbe ecceduto le proprie competenze. Le reazioni: soddisfatte, per opposti motivi, le destre italiana e tedesca; compiaciuti i Verdi e coloro che avevano già rilevato la fragilità del provvedimento; poco loquace il Pd che aveva votato a favore. Reazioni scomposte in casa Svp. Durnwalder batte i piedi e dichiara, a caldo: “Ormai sono abituato a non aspettarmi nulla di buono da questo Governo”. E qualche giorno dopo, avendoci riflettuto: “Il Governo non mostra alcuna sensibilità nei confronti delle minoranze”. E “se la Corte costituzionale ci darà torto, non esiteremo a rivolgerci alle istanze internazionali”. Si è appena spenta la polemica innescata dalle parole di Monti che sminuiva il ruolo dell’Austria in quanto “Schutzmacht” dell’autonomia, e il presidente della Provincia minaccia di internazionalizzare niente meno che la questione dei toponimi. “La Svp è indignata”, titola il Dolomiten, e Karl Zeller, giurista di riferimento del partito, dichiara che l’attuale è “il peggiore governo della storia dell’Autonomia: siamo ai livelli di Scelba”. L’assessore Berger, normalmente molto posato, sostiene che il Governo agisce per “mostrare chi comanda in questo Stato”. Fuori dal coro, come nella gestione del caso Sel, il capogruppo Svp Elmar Pichler Rolle: “Le obiezioni del governo in merito alla legge sulla toponomastica – dice – vanno attentamente valutate per poter poi decidere se tenerne conto oppure se costituirci in giudizio davanti alla Corte costituzionale”. Sempre per la serie: prima leggere, poi parlare.
Che cosa dice in sostanza il Governo? Innanzitutto ricorda che la Provincia legifera sulla base dello Statuto di Autonomia, “in armonia con la Costituzione e i principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica e con il rispetto degli obblighi internazionali” (art. 4 dello Statuto). Lo Statuto prevede, per i nomi, “l’obbligo della bilinguità” (art. 8) e dà facoltà alla legge provinciale (art. 101) di “accertare l’esistenza” solo della “toponomastica tedesca”. In cosa consistono gli obblighi internazionali? L’Accordo di Parigi (1946) parla dell’“uso, su di una base di parità, della lingua tedesca e della lingua italiana … nella nomenclatura topografica bilingue”.
La deduzione del Governo: emerge “che sia l’Accordo di Parigi sia gli articoli 8 e 101 dello Statuto danno per presupposta l’esistenza storica e l’obbligatorietà giuridica della toponomastica in lingua italiana già introdotta al momento della loro entrata in vigore”. La spiegazione storico-giuridica? “Sia l’Accordo di Parigi sia lo Statuto speciale disegnano un sistema di bilinguità piena ed integrale della toponomastica ufficiale che … ha sancito, evidentemente, una accettazione (anche negoziale)” e la conseguente “‘legittimazione democratica’ dei toponimi italiani in precedenza introdotti”. “Ne discende, pertanto, che in tale contesto giuridico (pattizio e statutario) la ‘bilinguità’ della toponomastica va assicurata ripristinando ufficialmente i toponimi in lingua tedesca, i quali tuttavia … possono essere … solamente aggiuntivi e mai sostitutivi di quelli in lingua italiana già esistenti”.
Il Governo fa anche altri rilievi: sull’accertamento dell’uso su base comprensoriale, sulla delega di competenze provinciali ai comprensori, sulla (di fatto) inesistente pariteticità del comitato, nel quale un singolo gruppo linguistico può essere messo in minoranza dagli altri due.
Restiamo però sulla motivazione di fondo, perché mette bene in luce le contraddizioni storiche della politica altoatesina. Ad ogni pie’ sospinto la Provincia si richiama al carattere “pattizio” dei provvedimenti riguardanti l’Alto Adige. Ora il Governo dice: guardate che un compromesso sul bilinguismo della toponomastica è fuori luogo, proprio perché quel punto è già stato sancito nel 1946, a livello internazionale (primo patto) e poi nel 1972 con lo Statuto di Autonomia (secondo patto). Accordo di Parigi e Statuto vanno bene quando si tratta di rivendicare, invece sono carta straccia quando è il caso di tutelare i diritti di tutti? È l’imbarazzo di fronte a questa semplice domanda che determina le reazioni scomposte di cui sopra? Ma ci voleva un Governo tecnico per capire il senso di norme di legge, dalla lettera tutto sommato abbastanza chiara? Probabilmente sì, dal momento che la politica Roma-Bolzano si è basata quasi sempre sul do ut des, anziché sul riconoscimento di diritti in quanto tali.
Al di là degli aspetti giuridici l’aver imposto la questione della toponomastica è sempre stato vissuto come il tentativo di prevaricazione di un gruppo sull’altro. Alex Langer definì “avviso di sfratto” l’aver ventilato l’ipotesi di una cancellazione dei nomi. L’insistenza della Svp nel volerlo fare (sia pure in forma soft) ha rinviato di decenni lo sviluppo di una sensibilità autonomistica in entrambi i gruppi principali, perché quando un gruppo è solamente “tollerato”, anche la convivenza è solo formale. Il discorso potrebbe proseguire con un approccio, diciamo, di tipo psico-socio-antropologico, e con altre domande: Quali/quante sono le minoranze? Chi è che vuole “mostrare chi comanda”? Quale forma mentis induce a prediligere il monolinguismo al bilinguismo? A che tradizione appartiene la volontà di cancellare (come fece il fascista Tolomei) il patrimonio storico-culturale di una comunità?
E via di seguito.