Tutto cambia?

Proposta educativa – 4/2012)

Nel 1982 Julio Numhauser, esponente della Nueva Canción Chilena, scrisse un testo musicale che avrebbe avuto grande notorietà, soprattutto grazie alle interpretazioni di Mercedes Sosa. La cantante argentina si trovava allora a Madrid, lontana dalla sua terra, costretta all’esilio artistico dal regime sanguinario di Buenos Aires. In quegli anni decine di migliaia di dissidenti furono fatti semplicemente scomparire. Il mondo restò a lungo a guardare. Per paura del “cambiamento”.

Le cose superficiali cambiano, come anche quelle più profonde, cambia il modo di pensare, cambia tutto in questo mondo… Così canta Mercedes, e getta il suo sguardo al di là dell’oceano, ad un presente tragico e a una storia antica. Man mano che il tempo passa cambia il gregge del pastore, cambiano il clima, la lucentezza del brillante, il nido dell’uccellino, i sentimenti dell’amante. Dal momento che tutto cambia (todo cambia), dice il canto, “non è strano che cambi anch’io”. È un inno al cambiamento tout court? Niente affatto. Il testo esprime, nelle battute finali, la nostalgia di ciò che non deve e non può cambiare: “Per quanto lontana io mi trovi, non cambia il mio amore, né il ricordo, né il dolore del mio popolo e della mia gente”. E ancora: “Ciò che cambiò ieri, dovrà cambiare domani, così come cambio pure io in questa terra lontana”.

Todo cambia contiene tre verità in apparente contraddizione tra loro. La prima è, per l’appunto, che tutte le cose cambiano. La seconda è che alcune cose non devono cambiare. La terza è che solo nella prospettiva di un domani migliore è possibile dare un senso ed avere fiducia nel cambiamento.

Altro scenario. Siamo ora nella Sicilia della seconda metà dell’800. E’ in atto uno dei tanti rivolgimenti del potere cui gli abitanti dell’isola hanno assistito nel corso del loro movimentato passato. Si va, in quegli anni, dai Borboni ai Piemontesi. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, suggerisce Tancredi, il nipote del principe Salina, protagonista del romanzo Il Gattopardo. La visione dell’autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ha qualcosa in comune col Todo cambia argentino? Anche qui ci sono cose che non devono cambiare (quelle a cui si tiene) e altre che devono cambiare per forza. Ma si tratta, in questo secondo caso, di un cambiamento fasullo, di fumo negli occhi. È l’atteggiamento disilluso che produce il cosiddetto “trasformismo”, come unico modo per mantenersi a galla.

C’è una differenza sostanziale tra l’idea di Tancredi e la proposta di Julio e Mercedes. Per il primo ciò che non deve cambiare riguarda il potere, per i due artisti riguarda l’amore.

Dalla Sicilia di fine ‘800 al mondo globalizzato del terzo millennio. Il teorico della “vita liquida”, Zygmunt Bauman, descrive nei suoi molti libri una sorta di sindrome del cambiamento. Da un lato tutto, attorno a noi, evolve in modo frenetico. Ma non è più nell’ottica di quell’entusiasmo per un progresso migliorativo, caratteristico del secolo passato. Ora il cambiamento non ha più direzione, è un cambiare per cambiare. D’altro lato dunque, ecco “la minaccia del cambiamento inarrestabile e inevitabile, che non porta pace e sollievo, ma crisi e tensioni costanti”. E, sottolinea il sociologo polacco, “l’insicurezza e la paura aprono ottime opportunità d’affari”. La società liquida è la grande vasca in cui si alleva l’homo consumens, il consumatore perfetto, costretto a “cambiare” di continuo, solo perché attanagliato dall’incubo di “restare indietro”.

Alcune conclusioni per una discussione che deve restare aperta.

Si dice che ci troviamo in un periodo di transizione. È certamente vero e ciò non deve spaventare. La saggezza popolare vorrebbe dissuaderci dal lasciare la “strada vecchia”. Tuttavia quando ci si muove verso il nuovo, la strada è sempre sconosciuta. Percorrerla richiede coraggio. La questione è se la “transizione” sarà verso il meglio o verso il peggio. O se è un modo gattopardesco per lasciare tutto così com’è.

C’entrano l’intelligenza e il coraggio. Ogni persona dotata di senno capisce che viviamo in un mondo in cui molte cose non vanno bene. Prenderne coscienza è in primo luogo un atto di intelligenza. A questo punto che fare?

Chi si interroga sul cambiamento, oggi, spesso arriva ad una riflessione: la necessità di “tornare ai principi”, alle cose fondamentali, alle fonti dell’esperienza umana. Un discorso che vale per la politica, per le istituzioni, per le comunità religiose.

Non è il cambiamento come tale ciò di cui si ha bisogno, ma il recupero di quelle alcune cose davvero importanti, essenziali, guardando alle quali diviene possibile buttare via ciò che non conta e “cambiare” in direzione del vero Bene.

Prima indicazione, dunque: ritrovare l’essenziale.

Ma poi, trovato ciò che conta, come procedere al cambiamento, quello autentico?

Anno 2011. Un gruppo di giovani compie un cammino di un anno (ma forse la strada era già cominciata molto prima), al termine del quale si ritrova a Sarajevo, città della contraddizione e della disperazione. I ragazzi indossano tutti una maglietta con la scritta “Change yourself to change the world”. C’è disegnata la figura di un mondo fatto a puzzle, a cui però manca un pezzetto. Su quella tessera, disegnata a parte, ognuno ritrova il suo nome. Come a dire: il frammento mancante sono io.

Ecco da dove partire per un cambiamento efficace e credibile. “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, dice una bella frase, attribuita a Gandhi. E lo stesso Bauman, a dispetto del suo “pessimismo liquido”, ha recentemente dichiarato: “Noi abbiamo il dovere di prendere il controllo delle nostre vite. Si tratta di un buon punto di partenza per cambiare il mondo”.

Seconda indicazione, allora: cominciare lavorando su se stessi (ma in una prospettiva “politica”).

Nessuna delle due indicazioni è scontata. Nel cercare ciò che davvero conta, potremmo trovarci costretti a buttare via un bel po’ di cose che ci parevano immutabili (nel nostro quotidiano, nei gruppi, nella società, nella comunità cristiana) e che invece ci vorrebbero impedire di arrivare all’essenziale. Nella ricerca di comuni valori, scrisse Carlo Maria Martini, c’è “ancora molta strada da fare”: è una strada che si chiama “esercizio di intelligenza e coraggio nello scrutare insieme le cose semplici”.

Anche nel cominciare cambiando se stessi potremmo avere delle esitazioni. Si deve imparare a nuotare (e a lasciar nuotare) controcorrente.

In ogni caso ci vogliono coraggio, onestà intellettuale e speranza per dirsi e dire che il cambiamento (quello che porta ad essere più autenticamente se stessi) è possibile e necessario. E che ne vale la pena.

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