L’Adige – 16.10.2012
Qualcuno ha storto la bocca alla notizia del conferimento del Nobel per la Pace all’Unione Europea. Sembrava una sorta di premio di incoraggiamento. Come dire: Dai, Europa, puoi farcela ad uscire dalla crisi. Ad altri è parso inopportuno onorare una realtà, quella europea, che manifesta spesso solo il suo lato monetario, economico, finanziario, che si circonda di muri e, come una fortezza, resta impenetrabile a quanti bussano alle sue porte.
Tuttavia il premio Nobel, visto in un’ottica storica e nel contesto del processo di integrazione europea, è ben altro. Del resto le motivazioni espresse dal comitato norvegese sono chiare. “Il più importante risultato dell’UE” è “l’impegno coronato da successo per la pace, la riconciliazione e per la democrazia e i diritti umani. Il ruolo di stabilità giocato dall’Unione ha aiutato a trasformare la gran parte d’Europa da un continente di guerra a un continente di pace”. È in particolare “la sofferenza terribile patita durante la Seconda Guerra mondiale” a dimostrare “la necessità di una nuova Europa. In 70 anni Germania e Francia hanno combattuto tre guerre. Oggi un conflitto tra Berlino e Parigi è impensabile. Ciò dimostra come, attraverso sforzi ben mirati e la costruzione di una fiducia reciproca, nemici storici possano divenire partner”.

Le motivazioni del premio fanno riferimento inoltre al ruolo giocato dall’UE nel favorire l’instaurazione della democrazia in nazioni come Grecia, Spagna e Portogallo, e successivamente nei paesi dell’Est Europeo, emersi da decenni di divisioni dopo la caduta del Muro di Berlino, a volte con effetti rovinosi come nel caso della ex Iugoslavia.
Per chi, come noi, vive su questo confine non è peregrina la domanda: cosa sarebbe oggi il Sudtirolo, cosa ne sarebbe dell’autonomia regionale se non fosse mai nata prima la Comunità, successivamente l’Unione Europea? Chi si trovasse un po’ più a oriente potrebbe chiedersi: cosa sarebbe stata la storia di Srebrenica, di Sarajevo, della Bosnia in genere, del Kosovo, delle zone mistilingui di Croazia e Serbia se questi Paesi fossero giunti all’indipendenza accompagnati dall’Europa, che invece rimase tristemente alla finestra? Certo, la storia non si fa con i se e con i ma, però è guardando ad essa che le prospettive future si arricchiscono di significati.
Restiamo comunque in casa nostra. Il riferimento principale è l’accordo del settembre 1946 fra i ministri Gruber e Degasperi. A Parigi, quel giorno, si metteva un primo mattone della costruzione europea cui ora, da Oslo, si riconosce l’indispensabile funzione pacificatrice. Lo confermano i testimoni del tempo e chi ha conosciuto direttamente lo statista trentino: la soluzione della questione altoatesina fu trovata facendo una scommessa sull’Europa. L’autonomia, in altri termini, avrebbe funzionato se nel frattempo fosse nata un’Europa che, nel medio periodo, avesse portato ad un superamento de facto delle frontiere. È con questo spirito che Degasperi se la sentì di insistere sul mantenimento del confine del Brennero.
Ovviamente non possiamo essere sicuri di cosa sarebbe diventato l’Alto Adige senza l’Europa. Sappiamo però che i molti problemi, dall’avvio del primo tentativo autonomistico alla crisi degli anni Cinquanta, dalle bombe ai ricorsi alle Nazioni Unite, dagli eccessi della seconda autonomia ai disagi di questo o quel gruppo, tutto ciò avrebbe potuto essere affrontato anche (come avviene normalmente in buona parte del pianeta) con le armi della violenza. Invece persone di buon senso e statisti di levatura internazionale intervennero a condurre le cose in direzione opposta. Possiamo dire che ottennero dei risultati perché poterono contare sull’esistenza della Comunità e dell’Unione Europea? Direi proprio di sì.
L’Europa è opera di Alcide Degasperi che assieme ad altri “padri fondatori”, ad esempio Konrad Adenauer e Robert Schuman, gettò le fondamenta di ciò che successivamente si sarebbe costruito. Non si trattava solamente di riconciliare Francia e Germania. Molto di più. Bisognava assolutamente restituire dignità ad un popolo, come quello tedesco, annichilito nella tragica parentesi hitleriana. E dare una svolta a quella che Claus Gatterer ha definito “inimicizia ereditaria” tra Austria e Italia. Un processo riuscito, che ha avuto il suo sigillo, se vogliamo, nella giornata dello scorso 5 settembre quando, proprio nella ricorrenza dell’accordo Gruber-Degasperi, i presidenti di Austria e Italia, Fischer e Napolitano, si sono ritrovati assieme a Merano, in un Alto Adige che è diventato casa comune.
L’Europa ha certamente molti difetti. In ogni caso è di gran lunga preferibile all’antieuropeismo di maniera, a quello strumentale, a quello etnocentrico e nazionalistico. Il Vecchio Continente attraversa un momento di grave crisi economica e finanziaria? Forse non solo questo. Ma saranno proprio le motivazioni ideali che stanno alla base del processo di integrazione, come pare voler affermare anche il Nobel appena attribuito, che potranno offrire una prospettiva corretta per l’uscita dal tunnel.