L’Adige – 10.9.2012
È il quarto vescovo di Bolzano-Bressanone. Nominato nel luglio dell’anno scorso, dopo le drammatiche dimissioni di Karl Golser, è entrato al servizio della sua diocesi il successivo 9 ottobre. Esattamente un anno fa. Naturalmente è troppo presto per tracciare un bilancio dell’episcopato di Ivo Muser. Giovane, ma non scalmanato. Posato nei modi, ma non timido. Ostinato, ma non arroccato nel suo ruolo. Forse ambizioso, ma senza sciocche vanità. Si trova ad essere vescovo in un’epoca in cui le azioni della chiesa cattolica contribuiscono (anziché elevare) al generale ribasso della borsa valori. I motivi profondi di questa crisi sono difficili da individuare. Certo un ruolo importante, sul piano mediatico, lo giocano gli scandali degli ultimi anni. Danno la sensazione che i vertici della chiesa istituzionale non abbiano più l’autorevolezza necessaria ad annunciare il vangelo della carità, della solidarietà, della giustizia, del rispetto. D’altra parte dove sono le voce profetiche? Rare, tanto che quando una di esse si spegne, come recentemente con la morte di Carlo Maria Martini, ciò che risalta non è più la profezia nella chiesa, ma la sua mancanza. Tra i motivi della crisi forse anche un rapporto irrisolto con la politica o, meglio, col potere. La chiesa cattolica appare (spesso è però solo apparenza) più ricca e più potente del necessario. D’un canto si tratta, direbbero i pubblicitari, di una questione d’immagine. Quindi, se vogliamo, di un elemento superficiale. D’altro lato però è anche un problema di linguaggio. E di contenuti. La questione è: con quali parole trasmettere oggi i contenuti essenziali della fede. Alcuni aspetti del cristianesimo storico sembrano addirittura non più passibili di essere comunicati perché “irricevibili”. Ad esempio l’esclusione della donna da determinati ruoli, il celibato obbligatorio per i sacerdoti, l’esclusione dai sacramenti dei divorziati risposati, la marginalità dei laici e così via. Le obiezioni classiche, insomma, del dissenso cattolico. Tutt’altro che infondate. Ma accanto a questi problemi, che certamente sono di ostacolo (o di scandalo, per dirla in termini biblici) ad una riconciliazione della chiesa col “mondo contemporaneo”, resta aperta la questione di fondo sul contenuto essenziale dell’annuncio cristiano. In definitiva la chiesa esiste anzitutto per questo: comunicare una buona notizia (questo il significato della parola “vangelo”). Ma di che si tratta?

Nessuno si aspettava che mons. Muser mettesse mano alle controverse questioni di cui sopra. Del resto non competono al singolo vescovo (anche se il singolo vescovo – come pure il singolo cristiano – ha modo se vuole di parlarne nelle sedi opportune).
Tuttavia egli è parso ben consapevole della necessità di una radicale inversione di rotta. E ha dato indicazioni che hanno una loro particolare concretezza.
“Tutti sappiamo quanto la fede e la sua trasmissione si trovino di fronte a grandissime sfide”, ha detto qualche mese fa. Dunque? “È necessario che noi stessi, in prima persona, ci mettiamo in gioco completamente… è necessario ripartire da me”. La chiamata a “mettersi in gioco completamente”, ripartendo ognuno da se stesso, è quanto mai concreta (e impegnativa), quasi spiazzante.
Un secondo punto. Ivo Muser per un anno si è guardato intorno, ha ascoltato, incontrato persone. Ora partirà per la visita pastorale. Il messaggio, non scontato, è quello dell’ascolto. Una chiesa guadagna autorevolezza quando, prima di parlare, si mette in ascolto.
Un terzo punto, forse il più importante. Sta nel dire da subito che nell’esperienza ecclesiale ci sono cose che contano più di altre. E vanno riscoperte (per comunicarle) le ragioni di fondo. Muser, questo fondamento, lo indica nella figura, meglio nella persona di Gesù Cristo. “Tu es Christus” è il suo motto. Che l’agire del cristiano si basi essenzialmente sul Cristo e la sua parola può sembrare ovvio, ma non lo è per nulla. Duemila anni di storia sono qui a dimostrarlo.
Infine un quarto punto che diventa, anch’esso, una risposta efficace alla crisi di senso che attanaglia non solo la chiesa cattolica, ma la società nel suo complesso. Il vescovo altoatesino sottolinea l’aspetto della “relazione”. Lo stesso Cristo cosa rappresenta? Dio che entra in relazione con l’uomo. “La buona notizia del cristianesimo – dice Ivo Muser – è questa persona, Gesù di Nazaret, nel quale Dio stesso si è chinato verso il mondo e verso l’uomo”. Ma la relazione non è solo una risposta alle domande ultime. Lo è anche alle domande di senso nei rapporti umani.
Corollario di tutto ciò è il lavoro per stabilire relazioni di stima e collaborazione tra i gruppi linguistici dell’Alto Adige. La tendenza è quella di apprezzare le singole identità in tanto in quanto esse permettono di entrare in comunicazione e in dialogo. Di superare le divisioni, ove non fossero funzionali, per rendere anche l’organizzazione ecclesiale coerente con l’annuncio evangelico.
Queste dunque le fondamenta di una costruzione che verrà. Vedremo come.