L’Adige – 31.8.2012
Fare il presidente della Provincia è certamente faticoso. Fare il presidente della Repubblica è soprattutto difficile. Sono ruoli che si giocano in buona parte su piani diversi. Nel primo caso si tratta di amministrare un territorio, nel secondo di rappresentare ed essere garante di ciò che con espressione sintetica definiamo “le istituzioni”. In entrambe le situazioni c’è di mezzo la politica, concepita come l’attività tesa alla costruzione del bene comune (e non come lotta per ottenere e mantenere il potere). In altri termini: sia l’amministratore che il garante supremo, per essere un “buon presidente”, devono potersi orientare in primo luogo al bene comune. Non ad un interesse di parte, di partito o di gruppo. E non basta avere fiuto o fascino. L’amministratore e il garante mediocri si lasciano trasportare dalla corrente del consenso (da ricercare) o del formalismo delle norme e delle procedure. Il “buon presidente” invece fa delle scelte, mirando alla loro giustizia e bontà, più che alla popolarità. “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione”, frase degasperiana mai troppo citata (l’ultimo a farlo, qualche giorno fa, il presidente Monti).
Questa premessa per dire che la politica del “bene comune” è lo stile di chi ha una visione globale delle cose, di chi è competente, preparato, rispettoso delle differenze, della storia, delle situazioni e delle idee altrui. Di chi è lì per tutti.
Durnwalder e Napolitano non sono due uomini pubblici qualunque. Ognuno di loro rappresenta una storia complessa. Sono storie, l’una e l’altra, che hanno punti di incontro spesso di tipo conflittuale. Ma non solo.

Il 5 settembre, nell’anniversario della firma dell’Accordo di Parigi, nella giornata dell’Autonomia, la Provincia di Bolzano ha deciso di commemorare i 40 anni del secondo Statuto (entrato in vigore nel 1972) e i 20 anni della chiusura della vertenza tra Italia e Austria davanti all’Onu (con la cosiddetta “quietanza liberatoria”, rilasciata nel 1992). Hanno accettato l’invito a partecipare alla cerimonia il presidente Giorgio Napolitano e il capo di Stato austriaco Heinz Fischer. Ai due sarà consegnata la massima onorificenza della Provincia, il Grande ordine al merito. Normalmente è il Capo dello Stato a conferire onorificenze, ma in Alto Adige va benissimo anche il contrario. La cerimonia si svolgerà al Kursaal di Merano, in quella stessa sala in cui, nel 1969, la Svp di Silvius Magnago approvò a denti stretti il Pacchetto, l’insieme di norme che ha portato alla definitiva riforma dello Statuto.
La legge provinciale del 2006 stabilisce che la Giunta “può conferire a persone non residenti in provincia di Bolzano onorificenze per meriti di eccezionale rilevanza a favore della Provincia autonoma di Bolzano” e che “il conferimento di un’onorificenza costituisce un attestato di gratitudine, un segno tangibile di riconoscimento”. Le motivazioni della scelta le ha espresse Durnwalder: “La Provincia ha voluto festeggiare con i due Capi di Stato il cammino di sviluppo e di pacificazione dell’Alto Adige. Attraverso la consegna dell’onorificenza provinciale alle massime autorità politiche dei due Paesi intendiamo ringraziare le forze democratiche di Italia e Austria che con il dialogo hanno reso possibile l’autonomia e un modello di convivenza che viene spesso portato ad esempio”.
Non è la prima volta che Napolitano e Durnwalder si incontrano. Spesso sul loro tavolo compaiono temi ricorrenti: norme di attuazione in cantiere, rapporti col governo, grazia agli ex attivisti e così via. Quando i vertici istituzionali di Stato e Provincia si parlano, il rischio dell’incomprensione è sempre in agguato. Ciò conferma che, al di là delle differenze linguistiche, non si è ancora trovato il necessario linguaggio comune (così come avviene peraltro a livello di UE). La prova più eclatante la si è avuta l’anno scorso, in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Lì si è visto quanto inopportuno possa essere, da una parte e dall’altra, dare per scontato che quando si discute, ad esempio, di “autonomia”, tutti intendano davvero la stessa cosa. Da parte dello Stato si pretendeva una partecipazione dell’Alto Adige ad un evento celebrativo dai toni nazional-popolari (soprattutto “nazional”), senza tener conto che è proprio l’idea di “nazione” di stampo risorgimentale che esclude le minoranze linguistiche e culturali dal contesto nazionale. Da parte della Provincia si è dimenticato che il Sudtirolo è terra plurilingue e che i vertici istituzionali sono lì a rappresentare tutta la popolazione e non solo la parte maggioritaria. È stata un’occasione sprecata per andare oltre quest’idea di “nazione”, in un’ottica europea, e oltre l’impostazione (da sempre inadeguata) che identifica l’autonomia con la tutela di un solo gruppo linguistico.
In quel frangente Napolitano ha fatto riferimento alla Costituzione, in particolare agli articoli che sanciscono il rispetto delle autonomie locali, delle minoranze linguistiche e la necessità della risoluzione nonviolenta dei conflitti (articoli 5, 6 e 11). Ma è chiaro che la questione dell’Unità d’Italia avrebbe sollevato annose questioni, mai risolte, come la stessa definizione di minoranza: “austriaca” o “di lingua tedesca”? Come l’idea della “patria” di riferimento, la diversa visione della storia e così via. Durnwalder, nel comunicare la sua assenza ai festeggiamenti romani, faceva sapere che “il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare”. Napolitano rispondeva, tra l’altro, che “la stessa popolazione di lingua tedesca è italiana e tale si sente nella sua larga maggioranza”. Entrambi sapevano che si tratta di verità “così così”? E’ il gioco delle parti? C’è una confusione di fondo tra gli aspetti etnico-culturali e quelli istituzionali? C’è forse il bisogno di una sorta di “laicità culturale” in chiave europea che porti alla rivalutazione del concetto di cittadinanza?
Qui si vede, se vogliamo, quanto possa essere importante l’Alto Adige per la Repubblica Italiana. È un perenne elemento di contraddizione che costringe ad andare al di là dei luoghi comuni. Quegli stessi luoghi comuni che attualmente frenano il processo di unificazione europea. Bisogna però, appunto, sviluppare la capacità di “andare oltre”. Allo stesso modo i politici altoatesini hanno la fortuna di dover amministrare una terra in cui è necessario ogni giorno interrogarsi sul bene comune. Altrimenti si scivola nella contraddizione. Ad esempio quando si chiede il rispetto delle lingue minoritarie, ma poi si cancella il bilinguismo dai cartelli indicatori dei sentieri. Oppure quando si vuole la grazia agli ex bombaroli senza dire chiaramente che l’Autonomia (di cui si vogliono celebrare i 40 anni ringraziando le “forze democratiche”) è figlia della politica, delle trattative, della buona volontà di molti e non delle bombe di pochi. Certo, per farlo ci vuole coraggio e lungimiranza. È più comodo stare con il piede in due scarpe.
Per una fortunata coincidenza fu proprio Giorgio Napolitano, il primo aprile del 1998, nella sua veste di ministro degli Interni, a sollevare la sbarra che da ottant’anni segnava il confine tra Austria e Italia. La frontiera cadeva in attuazione del trattato di Schengen. Quel giorno Napolitano rimuoveva con le sue mani il massimo simbolo di separazione, affermando che i due Paesi coinvolti erano stati “capaci di superare le eredità terribili del fascismo, del nazismo e della guerra”, nella convinzione che lo scioglimento dei confini fosse una tappa fondamentale nel processo di costruzione della casa comune europea, “tale da poter essere considerata sullo stesso piano dell’avvio dell’unione monetaria”.
L’integrazione europea, se ha da essere solida, presuppone la capacità di integrazione a cominciare da due realtà diverse ma interconnesse come l’Italia e il Sudtirolo. L’appuntamento di Merano potrà essere un passo in questa direzione?