L’Adige – 13.6.2012
Chi ha un po’ di pratica di zone multietniche, multilingui, multireligiose sa che i censimenti sono un momento critico. Possono rappresentare quella scossa di terremoto che mette alla prova la tenuta antisismica del sistema. Il censimento è il momento della conta. Non è pura statistica e nemmeno curiosità scientifica. Soprattutto in quei luoghi dove vige la regola più o meno espressa del “più siamo, più valiamo”. I risultati di un censimento etnico o linguistico servono per capire se la costruzione istituzionale di un dato territorio è ancora in equilibrio o meno.
I dati dei censimenti sono usati (e abusati) per raccontare la storia, per rivendicare appartenenze e primogeniture. Per dividere il mondo tra autoctoni e immigrati. Tra chi c’era prima e chi è venuto dopo. Tra chi è il padrone di casa e chi è da considerarsi ospite più o meno tollerato. Andiamo a leggere un libro su Palestina/Israele. Vedremo che si parte con le statistiche della popolazione: nel tal anno c’erano tanti ebrei, tanti palestinesi… Per dire che cosa? Così è anche altrove e, naturalmente, in Alto Adige: “C’era una volta una terra in cui i tedeschi erano tot per cento, gli italiani e i ladini tot per cento”. I numeri evocano molte cose. In modo altamente contraddittorio. È curioso, infatti, che i rapporti tra minoranze e gruppi debbano essere misurati principalmente con criteri quantitativi. Ci sono minuscole minoranze che giocano un ruolo importante in questa o quella società. Fare ricorso ai numeri, volersi a tutti i costi contare, esprime una certa immaturità. Ed una malcelata volontà di sopraffare l’altro, così come in modo dichiarato voleva fare il regime fascista proprio nel Sudtirolo.

Qualche giorno prima che (come è accaduto ieri) a Bolzano fossero diffusi i dati ufficiali del censimento linguistico 2011, erano circolate alcune indiscrezioni che vedevano il gruppo di lingua italiana “in ripresa” (mi si scusi l’espressione da borsa valori), proiettato al superamento della soglia del 27 per cento. Le reazioni: da parte italiana vi si è voluto vedere l’inizio di una “fase nuova”, la necessità di un terzo Statuto, un “nuovo clima”, il raggiungimento di “un equilibrio consolidato”. Silenzio tra i politici di lingua tedesca, tranne che nel campo dell’estremismo, dal quale Eva Klotz coglieva l’ennesima occasione per rivendicare il distacco dell’Alto Adige dall’Italia.
I dati dei censimenti linguistici danno forti mal di pancia da oltre un secolo. Già ai tempi della sovranità austriaca essi erano duramente contestati. La confusione tra appartenenza ad una “nazionalità” e uso di una certa lingua poneva (e pone) problemi di non poco conto: io parlo una data lingua oppure io “sono” ciò che parlo? In epoca nazionalistica e neonazionalistica il dilemma è e rimane grave.
Con l’approvazione del cosiddetto secondo Statuto di autonomia, a partire dal censimento del 1981, si è posto il problema di rilevare la consistenza dei gruppi linguistici per poter applicare la proporzionale sui posti di lavoro pubblici e sull’assegnazione di altre risorse. Una rilevazione forse necessaria, ma che da subito sollevò vivaci proteste da parte, ad esempio, di Alex Langer e dell’area politica alternativa interetnica, che vedeva nella “conta” un consolidamento dei muri, anziché un passo verso l’auspicata convivenza.
Questa volta, trent’anni dopo, si è giunti a capire che è meglio disgiungere la dichiarazione linguistica personale, che può servire per accedere ad un concorso, a un posto di lavoro ecc., dal dato statistico come tale, che ora viene rilevato in forma anonima. Questo ha comportato un clima più disteso e rende superflue le dichiarazioni di comodo.
I dati comunicati ieri andranno analizzati con più calma. Ma già adesso è possibile dire che essi non rappresentano nulla di sconvolgente. L’aumento percentuale del gruppo italiano non c’è stato, anzi si registra un calo dello 0,41 per cento (dal 26,47 al 26,06). C’è però, a dire il vero, una novità, per lo meno apparente. Per la prima volta dal 1971 il gruppo italiano cresce in termini assoluti. Nel 2001 si componeva (con le aggregazioni) di 113.494 individui, ora di 118.120. Cala percentualmente solo perché il gruppo tedesco cresce di più. È vero che ci sono anche altre variabili da valutare: ad esempio le dichiarazioni nulle o bianche che sono drasticamente diminuite. Però la crescita di un gruppo sociale è pur sempre l’indicatore di uno stato di salute, per così dire, “positivo”. L’equilibrio tra i gruppi altoatesini (cui si andranno presto ad aggiungere i nuovi cittadini, finora solo “residenti”) sembrerebbe in una fase di assestamento che non va necessariamente a discapito del gruppo italiano. Gli italiani, ad esempio, calano in alcune zone della provincia (Venosta, Passiria, valle Aurina), ma aumentano in 72 comuni su 116, soprattutto nel Sudtirolo centro-orientale. Dunque? Nessuna “marcia della morte”. La dichiarazione anonima è stata certamente più veritiera, nel complesso si è avuto un calo, ma lo si può ritenere tutto sommato fisiologico.
La sfida maggiore per l’Alto Adige del presente e dei prossimi anni è quella di conciliare l’equilibrio sociale col necessario sviluppo. Il mantenimento dello “status quo” (per fare ancora riferimento alla Terrasanta) col cambiamento. Servono menti aperte, capaci di pensare in grande. A contare e a contarci siamo capaci tutti. Per valorizzare il giusto peso di ognuno, nell’ottica del bene comune, sono invece necessarie quella saggezza e quell’intelligenza che ormai non rappresentano più una caratteristica così scontata della classe dirigente.