L’Adige – 12.5.2012
“Nevrosi da confine”. Così Piero Agostini, più di un quarto di secolo fa, definiva ciò che impedisce ad una terra come l’Alto Adige di crescere pienamente in tutte le sue potenzialità e che rende la “convivenza” un obiettivo continuamente “rinviato”. Se l’adunata nazionale degli alpini potrà rappresentare una terapia (d’urto) a questa nevrosi facendo fare, come promette il sindaco Spagnolli, un passo verso una convivenza più matura, lo vedremo in questi giorni e nei prossimi mesi.
Al momento queste le condizioni del paziente: valori complessivi nella norma, pressione sanguigna e respiro leggermente alterati. Segnali scomposti, qua e là, di passioni e sentimenti repressi. Prendiamo il tricolore. Bolzano (ma non solo) non è mai stata così piena di bandiere italiane. Le ha collocate il comune d’intesa col comitato organizzatore. Ma poi quanti bolzanini hanno tolto il drappo dal suo letargo forzato in naftalina per esporlo alla finestra? Molti solo così, per far festa come quando la nazionale azzurra vince i mondiali. Qualcuno però con spirito di rivalsa, a ribadire che qui, cari miei, siamo in Italia. Nevrosi da confine. L’addobbo tricolore d’iniziativa dell’amministrazione cittadina non ha nulla di nazionalistico. È semmai un esempio del “patriotical kitch”, tipico di questo genere di raduni, ed è del tutto assimilabile alle luminarie che animano Bolzano (e non solo) nel lungo mese dei mercatini di Natale. Solo che le bandierine sprecano meno energia.

A Bolzano, inutile negarlo, si respira un’aria insolita. C’è euforia. Un pizzico di irresistibile curiosità prende persino lo snob che da mesi promette che lui, quel maledetto weekend, se ne andrà in montagna. Gli alpini finora non hanno raccolto nessuna provocazione. Hanno promesso una festa e stanno facendo festa. Ciò che si agita è la politica. Sarà da lì che nascono le affezioni del sistema nervoso? Esponenti di tutti i partiti girano con circospezione. Si fanno vedere o si nascondono. Misurano le parole oppure calcano la mano. Il fenomeno “adunata” si rivela sempre più un potenziale oggetto di studio per gli psicopolitologi (oltre che per gli antropologi). Nella normalmente tranquilla Merano si è sfiorata (ma in modo semiserio) la crisi di giunta. Motivo: la compagnia degli Schützen ha organizzato per stasera, sulla collina che sovrasta la città, una cerimonia per commemorare una delle ultime battaglie (vittoriose) degli insorti hoferiani del 1809. È vero che lo scontro ebbe luogo il 16 novembre (e non il 12 maggio), ma perché mai questo rito dovrebbe configgere col raduno delle penne nere? L’ideatore degli alpini, Giuseppe Perrucchetti, era un estimatore di Andreas Hofer. Comunque sia, il questore non ha ravvisato problemi per l’ordine pubblico e il sindaco ha dato i permessi necessari. Ci mancherebbe.
Chi cerca lo scontro è la destra di lingua tedesca. Del resto, vista con le lenti del patriottismo antistorico, la Bolzano imbandierata è un affronto senza pari. Nevrosi da confine: ciò che è e deve rimanere una festa, diventa una dichiarazione di guerra. Certo, gli alpini (quelli nell’esercito) hanno le armi e sfileranno con la cosiddetta “bandiera di guerra”, ma vorranno così conquistare Bolzano e metterla a ferro e fuoco? Persino il presidente Durnwalder ha definito ridicole le critiche e le polemiche. Tuttavia no, il partito di Eva Klotz ha deciso di accogliere gli alpini con un volantino in cui si dice che essi saranno i benvenuti se si comporteranno come “ospiti educati in casa d’altri” e se prenderanno le distanze dalla storia del corpo che consisterebbe (tout court) in “aggressioni nazionalistiche e crimini di guerra contro tanti altri popoli, per esempio contro Libia, Abissinia, Tirolo, Grecia, Montenegro e Unione Sovietica”. Le ha già risposto Cristiano Dal Pozzo, 98 anni, di Rotzo (presso Asiago). “Nel ‘35 a noi giovani ci riempivano la testa dicendoci che avremmo visto cose grandi e fondato un impero. Invece, oltre ad essere stati ingannati, abbiamo massacrato un popolo”, ha dichiarato al Giornale di Vicenza. Venire in Alto Adige però gli ricorda altre esperienze: “Lì venni arrestato e fatto prigioniero dopo l’8 settembre del 1943. Fui internato poi dai tedeschi in un campo di concentramento in Austria, costretto a lavorare in fonderia ai carri armati Leopard”. Per questo avrebbe voluto starsene a casa, ma poi gli hanno detto che “Bolzano accoglierà a braccia aperte gli alpini”. Allora è partito anche lui.
Barbara Klotz, sorella di Eva, consiglia le “famiglie responsabili” di “fuggire con le loro mamme dalla conca di Bolzano per scampare all’invasione degli alpini” e “per festeggiare in pace e in modo adeguato la festa della mamma”. Anche Ulli Mair (Freiheitliche) lamenta il sacrificio forzato della festa della mamma e i possibili danni che subiranno i fiorai. Più preoccupante l’intervento del consigliere provinciale Sven Knoll (Süd-Tiroler Freiheit): egli intravede nella politica della Volkspartei che apre le porte agli alpini un rinnegare la propria identità e una “prostituzione etnica” (“kulturpolitische Prostitution”). Ed ecco l’appello: “La popolazione in questi giorni dovrà prendere nota di quelle aziende che vendono l’identità della nostra provincia, e in futuro andare a spendere dove l’identità tirolese della nostra provincia non si svende per un paio di alpini”. Tradotto: boicottare i negozi che hanno esposto il tricolore o i gadget dell’adunata. Davvero inquietante quanto riferisce il settimanale FF, che ha dedicato un lungo servizio agli alpini. Molti sudtirolesi, scrive Judith Innerhofer, in un primo tempo avevano raccontato, con le lacrime agli occhi, del loro servizio militare con gli alpini, del loro legame al cappello dalla penna nera, delle amicizie e avventure cameratesche; ora preferiscono “non essere più citati per nome”. Semplice “nevrosi da confine”? O le conseguenze dell’“ipotiroidismo nazionalista” di cui parla Claudio Magris? Benvenuta l’adunata se porterà ad interrogarsi sulle responsabilità in campo.
Ma questi sono aspetti che restano tutto sommato minoritari. Ciò che prevale sono la festa, il lato kitch (anche in un amarcord un tantino tirato), la curiosità e uno sguardo spassionato su ciò che sta accadendo. Il Dolomiten dedica da tempo ampio spazio all’evento: nell’edizione di ieri quattro pagine intere più un commentino in prima. Gli ospiti germanici, riferisce il quotidiano, anziché fuggire spaventati si stanno informando all’Azienda di Soggiorno su come devono fare per assistere al corteo di domenica. Intanto un team internazionale composto da 35 studenti dell’Università di Bolzano, guidati dal professore finlandese Pekka Ambrahamsson, batte tutta la città per documentare al meglio con foto, video e interviste l’evento.
A chi definisce “fascista” la marcia delle penne nere, replica il presidente dell’Anpi (associazione partigiani) Lionello Bertoldi: “Siamo grati agli alpini, uomini di un esercito di pace, che la resistenza e il sacrificio di donne e uomini della deportazione hanno contribuito a far rinascere, scacciando la guerra dalla storia degli uomini. Da questa resistenza, sacrificio e riscatto è iniziata la nuova storia democratica di questa terra, per cittadini che parlano italiano e che parlano la loro lingua tedesca. A questo riscatto portano onore gli alpini ed è grande la nostra gratitudine. A questi alpini il nostro felice benvenuto”.
In ogni caso: carissimi auguri a tutte le mamme!