Alto Adige – 23.4.2012
Non una semplice marcia, ma un ripercorrere strade che gli alpini conoscono bene. Sono certamente centinaia di migliaia i giovani che hanno prestato in Alto Adige il loro servizio militare e questo a partire dal lontano 1922. Da quell’anno il battaglione Trento inquadra le prime reclute trentine e altoatesine. Ha sede in val Pusteria. Raccontano le cronache: “A San Candido inizia le vita militare alpina: ordine chiuso, esercitazioni, marce, tiri ed escursioni sulle montagne della zona e lungo la linea di confine”.
I primi alpini mettono piede in Alto Adige il 4 novembre del 1918. Sono quelli del battaglione Cuneo. Scendono dallo Stelvio verso Trafoi e la Venosta. Allo scattare dell’armistizio si trovano a Spondigna. Assistono alla grande ritirata verso Nord e al caos che ne deriva. Tanto che un gruppo di sindaci dell’alta Venosta invoca la protezione degli alpini per i propri paesi, “attraversati dai reparti dell’esercito in rotta e minacciati di saccheggio”.
Il giorno 5 un treno carico di penne nere procede lento verso Merano. La città, ricorda Alberto Fiocca, che comanda una delle compagnie del Cuneo, “è avvolta nella bruma del tardo autunno”. Una metafora efficace del clima complessivo. Il borgomastro Josef Gemaßmer si mostra freddo, a tratti ostile. Chiede tempo. Ci sono delle trattative. Prima di mezzanotte, gli alpini, circa trecento, possono finalmente scendere dal treno. Negli stessi giorni a Bolzano, alla presenza del sindaco Julius Perathoner, si incontrano gli ufficiali dei due fronti, “per concordare l’entrata in Bolzano delle truppe italiane ed il passaggio delle consegne”.
Il contesto geopolitico nel quale era incastonato l’antico Tirolo è radicalmente cambiato. La prima immagine del tramonto del vecchio impero è rappresentata proprio dai giovani soldati con la penna nera. Il giornalista Albert Ellmenreich, prende questo appunto, nel vedere i camion militari irrompere sul piazzale della stazione: “Un ricordo indimenticabile per quanti, dalle finestre socchiuse, hanno osservato l’arrivo delle forze di occupazione italiane”. Nota in quei giorni l’intellettuale Bruno Pokorny: “Ora Merano è definitivamente occupata. Alpini. Gente molto amichevole, molti parlano tedesco…”
Che queste emozioni di novant’anni fa possano avere ancora oggi una qualche eco, lo può capire solo chi è abituato a respirare l’aria a volte pungente delle valli altoatesine.
Gli alpini, nel corso degli anni Venti, restano una presenza significativa, col 6° reggimento, nella parte orientale della provincia. Nel 1925 il 6° alpini ha il comando a Bressanone. Il battaglione Edolo è stato trasferito a Riva del Garda, tranne una compagnia rimasta a Silandro (fino al 27). I battaglioni Vestone e Morbegno sono tra Bressanone e Brunico. Il battaglione Trento si trova a San Candido, con una compagnia a Villabassa. Passerà poi a Riva e infine a Trento. Il III gruppo di artiglieria da montagna ha sede a Bressanone.
Grandi cambiamenti si hanno dalla metà degli anni Trenta. Si respira in quel momento un clima di guerra. L’Italia fascista sta per intervenire in Africa e nell’agosto 1935 anche in regione si tengono le “grandi manovre” alla presenza del re e di Mussolini.
Lo stesso anno si creano le divisioni alpine, tra queste la Tridentina che nasce a Merano il 31 ottobre. Comprende il 5° e il 6° alpini e il 2° reggimento di artiglieria alpina, distribuiti principalmente tra Merano, la Venosta, la Pusteria e la val d’Isarco.
Alla fine di dicembre 1935, scoppiata la guerra d’Africa, si costituisce un’ulteriore divisione, la Pusteria. Essa è formata dal 7° e dall’11° reggimento (cui è assegnato il battaglione Trento) e dal 5° artiglieria alpina.
È con questa struttura organizzativa che gli alpini, dopo l’Abissinia e una breve parentesi spagnola, si preparano, loro malgrado, al nuovo, tragico conflitto. Paradossalmente uno dei motivi del concentramento delle Truppe Alpine in Alto Adige a metà degli anni Trenta è rappresentato dai rapporti allora assai tesi tra l’Italia e la Germania di Hitler. Per questo, allo scopo specifico della difesa dei confini, nel 1934 viene istituita pure la Guardia alla Frontiera (GAF), che dal 1940 adotta il cappello alpino.
La nuova guerra, come tutte le altre, si combatte altrove: dapprima in Francia, poi in Albania, Grecia, Iugoslavia, Africa. Più di ogni altra cosa si ricorda la campagna di Russia per la quale, nella primavera del 1942, è approntato il Corpo d’Armata alpino che comprende le tre divisioni Tridentina, Cuneense e Julia. Dopo lo sfondamento del fronte da parte dei russi, la Tridentina si rende protagonista della famosa battaglia di Nikolajewka, che consente di rompere l’assedio e di salvare dalla morte e dalla prigionia migliaia di alpini.
Tornato in patria, il Corpo d’Armata alpino viene sciolto. L’8 settembre del 1943 i singoli reparti sono in fase di ricostituzione. Le divisioni tedesche approntate per occupare la Penisola, entrano in Italia con ordini chiari e precisi. Seguendo un piano predefinito si presentano ai comandi italiani e chiedono la consegna delle armi.
Ci sono alcune azioni di resistenza da parte dei militari italiani, rimasti senza precise direttive dall’alto. La Cuneense e la Tridentina, in seguito a queste iniziative, subiscono notevoli perdite. Gli alpini devono infine deporre le armi. Concentrati in gran parte a Bolzano, sono inviati nei campi di prigionia d’oltre Brennero. Molti soldati della Tridentina sfuggiti alla cattura entrano nelle formazioni partigiane, in particolare nelle “Fiamme Verdi”.
Dopo la Liberazione l’esercito italiano si riorganizza. Negli anni Quaranta gli alpini tornano in Alto Adige. Dopo l’adesione dell’Italia alla NATO, si creano in regione le brigate Tridentina (1951) e Orobica (1953). Nel mezzo secolo che segue, decine di migliaia i giovani prestano il loro servizio militare in questi reparti.
A partire dal 1961 e fino alla fine del decennio le truppe alpine, dislocate in Alto Adige, svolgono funzioni di ordine pubblico nel contesto della stagione delle bombe.
Nel 1989 la caduta del muro di Berlino determina un nuovo drastico cambiamento di equilibri che ha un notevole influsso sull’organizzazione e l’impiego di tutti gli eserciti. Nel luglio 1991 è soppressa la brigata Orobica e nel 2002 anche la Tridentina.
Attualmente in Alto Adige si trovano il Comando Truppe Alpine (a Bolzano), alcuni reggimenti (tra Bolzano, la Pusteria, Vipiteno e Merano). A Trento c’è il 2° reggimento artiglieria terrestre alpina Vicenza. Intanto al tradizionale reclutamento regionale si è sostituito negli ultimi anni un modello professionale, con la sospensione del servizio militare obbligatorio.
Da quanto detto finora si capisce bene che gli alpini, da quasi un secolo, sono parte integrante della storia di questo territorio. Vanno aggiunti alcuni elementi tutt’altro che secondari. Ad esempio i numerosi interventi in caso di calamità: incendi, alluvioni e terremoti. Oppure le attività per la costruzione di strade, ponti e altre opere, o ancora la bonifica di ordigni esplosivi. Ma alpini significa soprattutto montagna: perciò azioni di soccorso, attività di istruzione o sportive e infine di rilevamento meteo.
Anche gli alpini in congedo, riuniti nei gruppi dell’ANA, spiccano nel paesaggio altoatesino almeno dal 1928, quando si crea ufficialmente la sezione bolzanina. Ma già prima, a partire dal 1920, la preesistente sezione di Trento ha suddiviso il territorio in delegazioni, tra le quali figurano quelle altoatesine di Bolzano e Merano.

Prima del 2012 a Bolzano si tiene un’unica adunata nazionale. È quella del 1949. Già allora i veci altoatesini ci tengono a far sapere agli ospiti che esiste uno “specifico sudtirolese”. A Bolzano, scrivono sul loro periodico, si parla una lingua strana: l’europeo. “Qui in questa provincia ospitale – sottolineano in quel lontanissimo 1949 – che ci viene incontro col volto inconfondibile di tutte le terre mediterranee, qui c’è l’Europa. (Quello che si sente) è solo un dialetto diverso che si stempera nel coro di tutti quelli che si parlano nelle altre contrade europee. In fondo non è il nostro continente una vasta contrada, dove un giorno forse sarà possibile circolare senza timbri sui passaporti e senza che i doganieri frughino nei nostri sacchi alpini?”